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Prologo
Eccolo, era lì, sotto i suoi occhi, in piena linea di tiro.
Lungar cercò di aggiustare la mira del cannone del suo piccolo veicolo volante, solleticando il grilletto e già pregustando il momento in cui avrebbe fatto fuoco e mandato quel maledetto all'inferno. Forse la sua missione era ormai fallita, ma se lo avesse ucciso si sarebbe sicuramente guadagnato quella possibilità di sopravvivere all'ira dei suoi capi che, altrimenti, gli sarebbe stata negata.
Sì, sicuramente l'avrebbero perdonato. Anzi, forse gli avrebbero dato una sorta di promozione e portato ai vertici dell'organizzazione, se solo fosse riuscito ad ucciderlo. E ci sarebbe riuscito, perché la sua preda non poteva praticamente muoversi. Nemmeno tutta la sua forza poteva riuscire a smuovere l'enorme e pesante ammasso di pietre che lo aveva bloccato. Oh sì, era come una lepre in trappola e ucciderlo sarebbe stata una cosa incredibilmente semplice, eppure così speciale.
Lungar aveva già ucciso in passato. Molte vite erano cadute per sua mano. Ma non aveva mai sentito un'esaltazione del genere pervadergli il corpo all'idea di privare della vita un altro essere.
Mentre aggiustava la mira, nella sua mente si rincorsero le immagini e gli eventi di quelle ultime settimane. Le circostanze che lo avevano condotto lì, a un passo dalla gloria suprema, si riproposero nel suo cervello eccitato come in un film. E lui, pregustandone il finale, era più felice di un bambino che se ne stava in sala a guardare quel film con in mano un contenitore da un chilo di pop corn fumanti.
Il Fantasma Nero gli aveva affidato la missione di rapire Uke Mombaad, primo ministro di un piccolo paese dell'Africa Centrale, da decenni dilaniato da una cruenta guerra intestina, le cui cause ufficiali erano le differenze religiose e culturali tra le due principali etnie che componevano la popolazione.
In realtà tutti sapevano bene che la causa principale del conflitto intestino era la lotta per il controllo delle miniere di diamanti poste a ovest del paese, in una zona di confine, dove i territori popolati dalle due diverse etnie si incontravano.
Ognuna delle due etnie rivendicava per sé il diritto esclusivo ad utilizzare le miniere, con la volontà di estromettere l'altra fazione dai vantaggi delle stesse.
I diamanti continuavano a essere estratti dalle due fazioni, per lo più illegalmente, e rivenduti sul mercato nero. La maggior parte finivano nelle tasche dei Fantasmi Neri, che, in cambio, fornivano alle due fazioni armamenti da utilizzare nella guerra civile. Ma mai niente che potesse essere risolutivo, perché era importante che la guerra continuasse affinché il Fantasma Nero potesse tutelare i suoi interessi e riempirsi le tasche.
Cosa facile in un paese in cui quasi tutti i bambini, a dieci anni, sapenno colpire una bottiglia con un fucile a cinquanta metri di distanza. Ma non sanno scrivere né leggere, più o meno come i loro genitori. Almeno, quelli sopravvissuti alla guerra, alle carestie, alla distruzione dei raccolti e alle malattie che in Occidente erano debellate da almeno un secolo.
I sopravvissuti erano anche coloro che, a causa delle mine, avevano perso un braccio o una gamba, o entrambi per colpa delle mine che infestavano il territorio. Ovviamente anch'esse fornite dal Fantasma Nero.
La ricchezza proveniente da quelle miniere, da sola, sarebbe potuta bastare a risanare la disastrosa situazione economica e civile del piccolo paese. Ricostruire ciò che era stato distrutto e spazzato via dalla guerra, e innalzare una scuola e un ambulatorio in ogni villaggio, e grandi ospedali e istituti pubblici nelle tre grandi città del paese, dove si concentrava la maggior parte della popolazione.
Quell'Uke Mombaad lo sapeva bene e era quello che diceva continuamente sin da quando una mina gli aveva portato via il padre e il fratello.
Casi del genere ce n'erano stati a bizzeffe in quel paese, e i collaboratori dei Fantasmi Neri presenti sul territorio avevano fatto in modo che persone come Mombaad, che avevano perso affetti e averi a causa della guerra, imbracciassero le armi a loro volta, guidati da una lancinante sete di vendetta inculcata nelle loro teste ignoranti da abili oratori che si esibivano in comizi e adunate.
Ma Mombaad aveva deciso di affacciarsi in politica, nella speranza di poter cambiare la cose.
I Fantasmi Neri l'avevano preso per il solito stupido idealista, i cui propositi si sarebbero scontrati e dissolti spontaneamente sui vari muri di gomma da loro eretti a difesa dei loro supremi interessi. In poche parole, non gli avevano dato molto credito, né peso, rassicurati dai loro comandanti presenti in zona che Mombaad non rappresenteva un problema.
Eppure Mombaad aveva vinto le elezioni.
Quel maledetto negro bastardo, nel suo programma elettorale, aveva promesso tutto il suo impegno a far sì che le ostilità cessassero, in modo da offrire al paese una speranza di rinascita. “L'uomo della rinascita”, si faceva chiamare. Razza di idiota!
La sua elezione era stata una sorpresa, anche e soprattutto per il Fantasma Nero, che aveva fatto di tutto affinché Mombaad non fosse eletto. O meglio, non considerando Mombaad un avversario pericoloso, avevano semplicemente fatto di tutto per far sì che la sfida vera e propria si riducesse ai due candidati di loro gradimento, mettendo in atto le più pesanti strategie di influenza sulle elezioni, quali brogli, uomini di fiducia nei collegi elettori, e minacce alle persone, se non avessero votato nel modo che volevano loro.
I comandanti del Fantasma Nero che avevano guidato l'operazione pensavano di poter guidare quelle elezioni e l'elettorato come si fa con le marionette, ma non avevano capito la portata dell'evento e lo sfinimento della popolazione. Avevano puntato tutto sui due candidati di loro gradimento, uno per ognuna delle due fazioni in guerra, lasciando che fosse la gente a decidere fra l'uno o l'altro.
Chiunque vincesse tra quei due, al Fantasma Nero non importava, perché nessuno dei due, una volta al governo, avrebbe mai avviato alcun processo di pace. La protezione del Fantasma Nero, e soprattutto le tangenti che avrebbero rifilato sottobanco al prossimo primo ministro sarebbero state più che sufficienti a controllare la situazione. In ogni caso, se al signore fossero venute in mente strane idee, ai Fantasmi Neri non mancavano gli argomenti per farlo tornare a più miti consigli.
Ma avevano fatto l'errore di sottovalutare il terzo contendente. Mombaad si era insinuato tra i due preferiti dai Fantasmi Neri agendo dal basso, con una campagna elettorale fatta soprattutto viaggiando in tutto il paese, incontrando la gente nei piccoli villaggi. Dove le persone non avevano la televisione o la radio, ma conoscevano benissimo la morte, la malattia, le mutilazioni, la fame e la guerra.
Uke Mombaad aveva vinto con il 33.5% dei voti, mentre gli altri si erano fermati al 32.9 e al al 32.3%, con 1.3% di schede nulle. La legge elettorale prevedeva il ballottaggio solo per i due candidati con più voti, e a patto che entrambi ottenessero almeno un terzo delle preferenze. Poiché nessuno degli altri due aveva ottenuto almeno un terzo dei voti come lui, Mombaad ce l'aveva fatta al primo turno.
Grazie al premio di maggioranza, Mombaad aveva potuto contare su un Parlamento accondiscendente e stabile, e aveva quindi potuto dar seguito sin da subito alle sue stupide idee e alla sua volontà di cercare di porre fine alle ostilità. La prima azione del suo governo era stata la statalizzazione delle miniere diamantifere, con l'obiettivo di utilizzare gli introiti derivanti da esse per il bene del paese. Non un centesimo di quel denaro sarebbe stato speso per l'approvvigionamento di armi o simili.
I Fantasmi Neri, dal canto loro, si erano liberati di quei comandanti incompetenti che avevano così miseramente fallito nel guidare quelle elezioni a loro piacimento, e avevano cominciato a pensare di come potersi liberare di quello stupido pacifista scomodo e idealista, che voleva utilizzare quei diamanti per costruire scuole e ospedali, anziché farli finire nelle loro tasche in cambio di armi.
L'idea più brillante era stata la sua, quella del grande Lungar, che l'aveva esposta ai suoi tre capi nella grande sala, di fronte agli occhi invidiosi di quegli idioti dei suoi “colleghi”, che non avevano saputo escogitare idea migliore di un banale golpe.
E invece il suo piano, il piano del grande Lungar, avrebbe non solo riportato le cose al suo posto, ma le avrebbe addirittura migliorate. Ovviamente il tutto visto nell’ottica dei Fantasmi Neri e dei loro interessi sul territorio.
Uke Mombaad e la sua famiglia, ovvero la moglie e la figlia di 5 anni, sarebbero stati rapiti e uccisi. I loro corpi sarebbero stati fatti ritrovare con un qualche colpo di teatro, e i Fantasmi Neri avrebbero fatto in modo di far ricadere la colpa su un paese limitrofo, che in passato aveva avuto screzi con il paese di Mombaad per delle questioni di confine.
La guerra civile sarebbe continuata, e si sarebbe aperto un altro fronte, rendendo i Fantasmi Neri ancora più ricchi e assoluti signori nell'ombra della zona.
Ed era andato tutto bene, tutto alla perfezione. Fino a quando non si erano messi di mezzo quel lurido traditore di Gilmore e i suoi maledettissimi cyborg.
Quei bastardi erano riusciti a introdursi nel nascondiglio dove i Fantasmi Neri avevano nascosto Mombaad e la sua famiglia, ed erano riusciti a farli uscire nascosti nel retro di un pick-up. Quell'attore dilettante di 007 aveva osato prendere le sue sembianze, le sembianze del grande Lungar, mettendosi quindi al posto del passeggero ed eludendo così i controlli delle guardie.
La fuga era stata ben presto scoperta, e lui e i suoi uomini si erano messi all'inseguimento dei fuggiaschi e dei loro salvatori con jeep e cingolati. Lui, Lungar, aveva preso il suo personalissimo velivolo.
Ben presto avevano raggiunto il pick-up che stava correndo su una strada sterrata costeggiata da una parete di pietra. Oltre a 007 c'erano 002, alla guida, con 004 e 009 sul retro, insieme a Mombaad e alla sua famiglia.
Nonostante tutto, i Fantasmi Neri non riuscivano ad arrivare a ridosso del pick-up o fermarlo. Le cose erano volte a loro favore quando quella stupida mocciosa della figlia di Mombaad, anziché starsene al riparo dietro il cassone, si era sporta, vittima della sua stupida curiosità infantile. In quel momento il pick-up era sobbalzato su una grossa buca nel terreno, e la bambina era scivolata fuori dal cassone, cadendo rovinosamente a terra.
Quel maledetto di 009, anziché pensare a salvarsi la vita, era sceso in soccorso della mocciosa, e l'aveva presa tra le sue braccia. In quel momento un cingolato aveva fatto fuoco, colpendo la parete di pietra proprio dietro 009 e la bambina. Con la bambina in mano, 009 non aveva potuto usare il suo maledetto acceleratore, e tutto quello che aveva potuto fare era stato correre [1] . Proprio mentre la parete stava per arrivargli addosso, 002 era comparso dall'alto in suo aiuto, forse lasciando 007 alla guida del pick-up.
009 era riuscito a consegnare la bambina in salvo tra le braccia di 002, ma era ormai troppo tardi per se stesso. Enormi macigni di pietra gli erano crollati addosso, con tutto il loro peso.
Lungar aveva quasi sperato che quello fosse bastato per farlo fuori, ma pochi secondi dopo aveva visto delle macerie smuoversi e il busto di 009 spuntare da là sotto. Aveva bestemmiato quel Dio in cui non aveva mai creduto, fino a quando non si era accorto dell'occasione che il destino gli aveva fornito su un piatto d'argento.
Per quanti sforzi facesse, 009 non riusciva a liberarsi dal resto delle macerie. Qualcosa gli stava forse bloccando la parte inferiore del corpo, o forse era danneggiato. In ogni modo non riusciva a uscire da quella trappola.
Un cingolato stava per sparargli il colpo di grazia, ma Lungar lo aveva fermato con un ordine rabbioso.
«Fermo! Lo voglio uccidere io!»
Come se 009 avesse sentito l'ordine di Lungar al cingolato, aveva alzato gli occhi verso di lui, e Lungar era convinto di aver visto in quegli occhi la paura e il terrore che si affacciano spontaneamente nello sguardo di un uomo quand'egli ha la consapevolezza che la sua vita sta per giungere al termine.
Il pensiero di quello sguardo eccitò Lungar in un modo quasi sessuale, colmando i suoi nervi al punto che nemmeno si rese conto del raggio laser che colpiva il suo velivolo, senza riuscire a intaccare la spessa corazza di metallo. Il controller del cannoncino lo avvertì con un segnale sonoro che la preda era esattamente al centro del mirino. Solleticò il grilletto, e si concesse il tempo per riempirsi di nuovo gli occhi dello sguardo colmo di terrore della sua preda e la bocca del gusto dolce della vittoria.
Infine premette il grilletto, ma in quell'esatto momento qualcosa urtò il velivolo sulla destra, spostandolo improvvisamente e con violenza.
«Maledizione!», imprecò voltandosi in quella direzione.
002! Era stato lui a osare intromettersi in quel momento della sua vita. Ma 002 non stava guardando lui. Stava guardando in basso, e Lungar seguì la direzione del suo sguardo e lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi lo riempì di gioia.
Non avrebbe mai saputo cosa avesse colpito, ma altre macerie si erano ammassate su quelle di prima. Avviò lo scanner del suo velivolo e gli fece dare una rapida ispezione alla zona e la voce metallica che ne uscì pochi secondi dopo fu musica per le sue orecchie: «Nessun segno vitale rilevato.»
Un qualcosa cominciò a fargli sobbalzare lo stomaco, e ben presto arrivò a scuotergli tutto il corpo, fino ad uscire dalla sua bocca in quella che era la miglior risata della sua vita. Aveva vinto! Era il più grande!
Non gli importava più niente di Mombaad e dei suoi stupidi ideali. 009 era morto, ed era stato lui a ucciderlo. E questo gli avrebbe fruttato enormi poteri e credibilità in seno all'organizzazione. Forse sarebbe potuto addirittura arrivare a soppiantare i tre fratelli dal comando dei Fantasmi Neri. E, con 009 morto, i cyborg di Gilmore si sarebbero sfaldati come un muro di mattoni senza cemento. E più nulla avrebbe ostacolato i piani del Fantasma Nero.
Mentre era impegnato a pensare a quale futuro radioso e pieno di gloria lo aspettava, non si accorse dell'allarme sonoro con cui il sistema di difesa del suo velivolo lo avvertiva che, nel presente, un missile lo stava colpendo.
1
I suoi occhi si aprirono su un soffitto scuro. Mano a mano che le sue pupille si abituavano al grado di illuminazione della stanza, poté cogliere ulteriori particolari di quel soffitto: era di legno, a cassettoni, finemente intarsiato e rifinito.
Ma era e restava un soffitto sconosciuto. Così come la stanza che si ritrovò intorno, quando roteò gli occhi e la testa sul cuscino morbido a cercare di rendersi conto di dove fosse. Era in un letto, a baldacchino, con lenzuola di seta color giallo paglierino e una pesante coperta ricolma di piume e rivestita di fine tessuto rosso. Sentiva il tocco setoso delle lenzuola su tutto il corpo, e realizzò di essere completamente nudo.
Tornò a considerare la grande e sconosciuta stanza nella quale si trovava, con mura ricolme di quadri con vari soggetti, e intonacate di un color beige spugnato, con una sofisticata greca a contornare le mura vicino all'attaccatura col soffitto. Dal quale, al centro, pendeva un elegante lampadario in vetro a tre bracci, con ornamenti a forma di fiore, ugualmente in vetro. Ricordava di averne visto uno simile in una vetreria di Murano, a Venezia, qualche tempo prima.
Il pavimento era ugualmente in legno, con una tonalità scura che richiamava quella del soffitto. Seguendone i listelli arrivò all'enorme finestra, alla sua sinistra. Solo considerando la sua imponenza si rese conto di quanto fosse alto il soffitto.
Le ante della finestra erano aperte, ma le tapparelle esterne erano socchiuse, lasciando filtrare solo pochi scampoli di luce all'interno, sotto forma di raggi solari, che erano sufficienti a dare una forma e una buona parte di dettagli agli oggetti presenti nella stanza. Fuori doveva essere giorno, forse tarda mattinata, o forse pomeriggio inoltrato. Difficile capirlo senza sapere se la finestra desse a est o a ovest.
I suoi occhi ripresero a esplorare la stanza, e si soffermarono sul lato opposto a quello in cui era. Lì era posto un grande caminetto, preceduto da una porzione di pavimento in pietra che spezzava il parquet. Il fuoco era acceso, dietro un parascintille, ed emanava la sua luce calda nella stanza, insieme al suo calore naturale, che poteva sentire anche dal letto in cui era sdraiato. Davanti al fuoco, poste su un lato in modo da non precludere la visuale del caminetto dal letto, erano poste due poltroncine di pelle marrone, entrambe vuote. Anche se una, quella rivolta verso di lui, riportava ancora il segno evidente che qualcuno vi doveva essere stato seduto solo fino a pochi minuti prima. La luce del fuoco vicino lasciava infatti indovinare la caratteristica fossa lasciata dal peso di un corpo sul cuscino di seduta.
In mezzo alle due poltrone, una sorta di tavolino, sopra il quale era posto una sorta di ripiano rialzato con delle forme sopra, disposte in un modo disordinato, ma stranamente armonico.
Strinse gli occhi, cercando di mettere meglio a fuoco l'oggetto, e lo sguardo più attento riconobbe una scacchiera. Le forme sopra di essa erano troppo in penombra per poterle distinguere, ma sicuramente non erano dame. Quindi dedusse che dovesse trattarsi di pedoni, torri, cavalli, alfieri, re e regine.
«Buongiorno.»
Si voltò alla sua destra, verso la voce, che apparteneva a un uomo che se ne stava fermo sulla soglia di una porta, con la mano ancora sulla maniglia, a guardarlo. Aveva capelli di un color biondo cenere, e occhi chiari, di un colore che dalla sua posizione non poteva distinguere bene.
Era vestito elegantemente, con scarpe di cuoio, pantaloni ben stirati e perfettamente in riga, color beige, e un maglioncino color terra di Siena con scollo a V, forse di cachemire, che lasciava trasparire sotto una camicia che riprendeva il colore dei pantaloni. Sotto un braccio aveva quello che sembrava un giornale ripiegato. A prima vista, non lo riconobbe.
«Ti sei svegliato, allora.», disse l'uomo avvicinandosi al letto, e prendendo il giornale che aveva sotto il braccio nella mano ora libera dalla maniglia «Direi che era ora che succedesse.»
Sentì la sua fronte aggrottarsi, nel tentativo di interpretare le parole dell'uomo e di cercare di capire chi fosse. Avvicinandosi a lui, i lineamenti del viso erano diventati più nitidi e riconoscibili, e caratterizzavano il viso ben rasato di un uomo sulla trentina, con occhi cerulei, ma che continuava a essere uno sconosciuto nei suoi ricordi. Eppure aveva qualcosa di familiare...
«Dove sono?»
Sentì la sua voce incredibilmente debole, quasi un soffio che nessuno avrebbe potuto udire, neanche se avesse avuto un megafono. Ma soprattutto realizzò di avere la gola incredibilmente secca, e una sete tremenda. Come se non bevesse da decenni.
L'uomo sconosciuto inclinò la testa d'un lato, e l'altro pensò che non avesse sentito la sua domanda. Cosa assolutamente plausibile, tra le altre cose. Così abbassò gli occhi sul lenzuolo sotto le sue mani, e cercò di schiarirsi la gola e di trovare quel filo di voce che gli bastava per riformulare o la domanda... o forse sarebbe stato meglio chiedere prima un bicchiere d'acqua.
«Nella mia casa, a Mosca.»
A farlo voltare non fu tanto la risposta alla domanda che pensava che l'uomo non avesse sentito, ma il rumore inconfondibile e celestiale dell'acqua che riempiva un bicchiere. Lo sconosciuto la stava versando da una bottiglia di materiale plastico, posta su un comodino accanto al letto.
«Non ti stupire. Oggi quasi tutti gli alimenti liquidi sono conservati in bottiglie di plastica. Polietilene tereftalato, per essere esatti.», gli disse porgendogli il bicchiere colmo «E' molto meno dannoso del polivinilcloruro.»
Troppo abbagliato dalla sete per soffermarsi a cercare di capire di cosa stesse parlando, l'altro afferrò il bicchiere tralasciando i suoi dubbi su come avesse potuto capire che aveva sete, e sulle sue considerazioni chimiche. Tracannò l'acqua quasi senza respirare, svuotando il bicchiere in pochi istanti per poi riporgerlo di nuovo allo sconosciuto, che glielo riempì nuovamente.
«Non mi sorprendo che tu abbia molta sete.»
Stavolta, sentendo la sua gola che già si era un po' riavuta dopo il primo bicchiere d'acqua, bevve solo un paio di grandi sorsi, che comunque bastarono a svuotare metà bicchiere: «Ha detto che sono a Mosca?»
Lo sconosciuto annuì: «Sì.», disse «Ma non mi sembra il caso che tu mi dia del “lei”. Ci conosciamo da tanto tempo.»
Bevve un altro sorso d'acqua, voltandosi verso di lui e squadrandone di nuovo il volto alla ricerca di un nome da associarvi. Di nuovo ebbe la vaga sensazione di trovare in quel volto qualcosa di familiare, ma non riuscì a metterla a fuoco.
Lo sconosciuto piegò le labbra strette in un sorriso: «Non mi riconosci, vero?», disse sospirando «Però hai una vaga impressione di conoscermi, ma non riesci ad afferrarla.»
Sentì la sua fronte aggrottarsi, mentre un altro sorso d'acqua andò a rinvigorirgli la gola e l'organismo come linfa vitale: «Si può sapere chi sei?»
Lo sconosciuto sorrise di nuovo: «Beh, speravo che mi avresti riconosciuto, ma mi rendo conto che possa non essere così facile. In fondo, l'ultima volta che mi hai visto, avevo un aspetto molto diverso, anche se questo che ho adesso non ne è che un'evoluzione.», disse «Forse sarebbe meglio se ti parlassi così... Joe Shimamura?»
Sentì i suoi occhi che si spalancavano. Ma non per l'effetto che gli aveva fatto sentire il suo nome. Ma perché nel dire l'ultima frase, ne era assolutamente sicuro, l'uomo non aveva mosso le labbra, che erano rimaste chiuse in quel suo sorriso che aveva un che di ieratico.
Improvvisamente riuscì ad afferrare ciò che del viso di quell'uomo gli sfuggiva. Ma non era possibile... non poteva essere possibile... e sentì tutta la sua incredulità trasparire dalla sua voce: «Ivan?»
Il sorriso dell'uomo si fece più ampio: «Sì, Joe. Sono io, Ivan.», gli disse «O 001... ma preferirei che non mi chiamassi con quel numero. Nessuno mi chiama più così da tanto tempo. Ormai è passato.» [2]
Joe sentì di nuovo la sua fronte aggrottarsi, mano a mano che i pensieri e le parole si accalcavano nella sua mente, che cercava di dar loro un senso senza poterci riuscire. Confusione, solo confusione. E un lieve dolore che stava iniziando a pervadergli il capo...
«Passato?...»
Poi un lampo, improvviso. Un ricordo, che portò con sé un nome alle sue labbra ancora secche: «Mombaad...»
L'uomo che asseriva di essere Ivan alzò le sopracciglia: «Vedo che il tuo cervello sta riprendendo a ricordare.»
Joe alzò gli occhi verso di lui: «Cosa è successo? Siamo riusciti a...»
Ivan aveva cominciato ad annuire già al “cosa”: «Sì, Joe, ci siamo riusciti. Mombaad e la sua famiglia si sono salvati e lui è riuscito a riportare la pace nel suo paese, e la speranza nel suo popolo.», disse «Ma non ricordi altro?»
Joe abbassò il capo, come a cercare nel lenzuolo che ora stringeva fra le sue mani, quasi fino a strapparlo, i frammenti dei suoi ricordi.
«Anche la figlia Manya si è salvata.», gli disse Ivan, forse per spronarlo.
La figlia... Manya... un altro flash e un'altra finestra della sua memoria che si spalancava, come investita da una potente raffica di vento. E fece scomparire la stanza intorno a lui.
I suoi occhi si riempirono delle immagini di quella sera, nitide come se le stesse vivendo in quel momento esatto. Sparirono anche i rumori silenziosi della stanza, e il crepitio del fuoco si trasformò nei sibili dei colpi di arma da fuoco provenienti dai veicoli dei Fantasmi Neri che li inseguivano, e nel rumore del motore del pick-up che doveva condurli al Dolphin, e alla salvezza.
Rivide la figura esile e minuta di Manya che si alzava a sporgersi oltre il bordo del cassone del pick-up. Sentì la sua voce chiamarla, così distintamente che poteva quasi sentire i muscoli della gola e della bocca muoversi ad articolare il suo nome. Sentì la sua voce, insieme ad altre tre voci che la chiamavano e le dicevano di stare giù. Riconobbe la voce di 004, e quella del primo ministro Mombaad e di sua moglie.
Poi lo scossone, forse una buca, e la perdita di equilibrio. E il terrore, quando, rialzatosi, aveva visto che Manya era scomparsa. Si era sporto sopra il livello del bordo del cassone, e l'aveva vista, per terra, inerme, mentre loro si stavano allontanando e i Fantasmi Neri si stavano avvicinando al suo corpo disteso sul terreno accidentato di terra e sassi.
Non ci pensò due volte. Non aveva tempo per pensare nemmeno una volta. Balzò fuori dal pick-up...
«Accelerazione!»
... e in meno di un battito di ciglia era da lei. La raccolse in braccio, con il suo corpicino inerme e svenuto. Forse aveva qualche frattura, e il viso era pieno di escoriazioni. Ma respirava.
Forse proprio per valutare le condizioni della piccola, non si accorse del colpo che un cingolato aveva esploso verso di loro se non quando era troppo tardi.
«Accel...»
“No, non puoi farlo.”
Non poteva usare il dispositivo di accelerazione. Non con la bambina in braccio. Il suo corpo umano non poteva sopportare la velocità di mach 5 al quale sarebbe stato sottoposto. L'avrebbe uccisa.
Ancora prima di concludere questo pensiero si era messo a correre, e già sentiva la parete di roccia crollare dietro di lui. Forse non ce l'avrebbe fatta...
Poi una speranza...
«002!»
«009!»
Stava arrivando il suo aiuto dal cielo, come tante altre volte era successo in passato, e stava protendendo le sue braccia verso di lui. Ma le rocce erano gli erano già sopra.
«Prendi la bambina!», gli urlò lanciandogliela letteralmente tra le braccia.
Adesso che era soltanto lui, poteva...
«Accel...»
Ma era troppo tardi. Le rocce lo sommersero.
Imprecò, e con tutta la sua forza, e prese a tirar via i macigni che gli ricoprivano il busto e la parte superiore del corpo. Ma ben presto si rese conto che la sue gambe erano bloccate sotto un macigno enorme. Se fosse stato in piedi, pienamente libero di muoversi, avrebbe forse potuto riuscire a sollevarlo. Ma con la parte inferiore del corpo bloccata, la sua pur grande forza fisica era insufficiente.
Cercò la sua pistola laser... forse con quella avrebbe potuto indebolire la struttura del masso. Ma si rese conto con sgomento che la pistola era andata perduta chissà dove.
Avvertì la presenza di un velivolo che si fermava sopra di lui, e quando alzò gli occhi al cielo, vide chiaramente la forma di un cannone che lo puntava, e la rabbia gli percorse il corpo come una scarica elettrica.
“Maledizione... sono in trappola.”, pensò sentendo l'impotenza quasi uscirgli dagli occhi “Devo davvero morire così?”
Poi lo sentì, quel caratteristico boato, che Gilmore chiamava “boato sonico”: qualcosa o “qualcuno” aveva superato la velocità del suono [3] .
Un istante dopo quel qualcosa colpì il velivolo che lo puntava, facendolo spostare violentemente di lato. Ma tuttavia non riuscì a impedirgli di sparare. La traiettoria del colpo era sta alzata, finendo per colpire di nuovo la parete alle sue spalle, stavolta più in alto del colpo precedente.
Aveva appena avuto il tempo di vedere comparire nel cielo la sagoma di 002 non appena egli uscì dal regime supersonico a cui lo portava il suo congegno di accelerazione, e poi una nuova ondata di macigni gli era caduta addosso, portandolo nel buio.
Tornò la stanza, con il suo soffitto scuro, e le mura spugnate. Tornarono i suoi rumori silenziosi, come il crepitare del fuoco nel caminetto. E tornò la presenza accanto a lui, che ancora faticava a chiamare “Ivan”, come lui gli aveva chiesto.
«E poi che cosa è successo?», chiese, senza sapere bene nemmeno lui a chi.
“Ivan” sospirò: «004 ha sparato un missile contro il velivolo che ti ha sparato, e l'ha distrutto.», disse «Come ti ho detto, siamo riusciti a portare Mombaad in salvo, ed egli è riuscito a ristabilire l'ordine nel suo paese. Ordine che perdura ancora oggi, nonostante Mombaad sia morto in un attentato dieci anni dopo la missione in cui gli salvammo la vita...»
Joe strabuzzò gli occhi, voltandosi verso di lui: «Dieci anni dopo?!»
«... prima la moglie, e oggi la figlia Manya, insieme al fratello Ganik, hanno continuato e continuano l'opera del padre.»
«Aspetta! Cosa vuol dire tutto questo?!», urlò Joe «Hai detto che Mombaad è stato ucciso dieci anni dopo in un attentato. Hai detto che Manya ha un fratello, ma Mombaad non aveva nessun figlio maschio e quindi Manya non aveva nessun fratello. Che cosa vuol dire?»
Ivan scrollò le spalle e concesse a Joe qualche secondo per permettergli di calmarsi: «Esattamente quello che ho detto.», rispose «Circa un anno dopo la nostra missione, Mombaad e la moglie hanno avuto un figlio maschio, che hanno chiamato Ganik.»
Quello che poco prima era solo una parvenza di dolore di fondo si era velocemente tramutato in un lancinante mal di testa: «Sono tue predizioni...?»
Ivan aveva già iniziato a scuotere la testa, prima che Joe avesse anche solo pensato di muovere le labbra: «Joe, lo sai che ho molte capacità che la gente comune definirebbe “paranormali”, ma tra queste non vi è quella che mi permette di predire il futuro.», rispose «Posso fare delle previsioni, ma non delle predizioni.»
Joe mosse le labbra come per dire qualcosa, ma la domanda che voleva formulare gli sembrava troppo assurda per poter essere esprimibile, o forse aveva semplicemente paura della risposta.
Ma Ivan, lo sapeva bene, non aveva bisogno che le domande gli venissero formulate espressamente perché potesse dare loro una risposta. Bastava pensarle: «Quello che ti ho raccontato, Joe, è già successo.», disse, con un tono di voce basso e lento, come se volesse concedere all'amico il maggior tempo possibile tra una parola e l'altra per poterle assimilare e metabolizzare una a una «E sono successe tante altre cose.»
Joe rimase a guardarlo immobile e stralunato. Da quando era stato trasformato in un cyborg denominato 009, la sua vita si era trasformata insieme al suo corpo, diventando una sorta di fumetto di science fiction, e portandolo al punto che difficilmente qualcosa riusciva a sorprenderlo tanto da sembrargli improbabile, se non impossibile.
Ma la situazione che si estrapolava dalle parole di Ivan era troppo inverosimile perfino per poter essere un episodio degno di quella sua grottesca vita fumettistica.
«Questo è uno scherzo.», disse, sentendo di nuovo la sua voce debole e inespressiva «E' uno scherzo... certo tu devi essere Bretagna che si è trasformato in questa sorta di... Ivan cresciuto... e scommetto che dietro quel muro ci sono gli altri che si stanno facendo quattro grasse risate... Ehi, vi ho scoperto!», concluse urlando, rivolgendosi a qualcosa oltre le spalle del corpo accanto a lui.
Quest'ultimo stava scuotendo la testa, e si era portato il giornale ancora ripiegato davanti a sé: «Non è uno scherzo, Joe.»
«Avanti, Bretagna, riprendi le tue sembianze! Questo scherzo non...»
«Joe, non è uno scherzo!», lo fermò l'altro con un tono di voce che non ammetteva ulteriori repliche. Poi gli porse il giornale che aveva in mano «E' la verità.»
Joe guardò prima lui, e poi il giornale. Un groppo di saliva viscosa gli si formò nella bocca ancora non del tutto inumidita, e sentì il bisogno di deglutire.
L'altro strattonò il quotidiano che aveva ancora in mano, come per invitarlo a prenderlo: «E' scritto in russo, in caratteri cirillici, ma dovresti essere in grado di leggerlo.», disse «I tuoi circuiti di traduzione non sono danneggiati.»
Joe esitò ancora qualche secondo, e infine si decise a raccogliere il giornale. Prima posò il bicchiere che aveva ancora in mano sul comodino, e quindi e dispiegò il fascio di fogli solo orizzontalmente, dato che quello che gli interessava era nella metà alta della pagina.
Vide il nome del quotidiano, il Komsomolskaya Pravda, e subito trovò quello che cercava: la data.
La lesse, e la rilesse più volte, per essere sicuro che non fosse sbagliata: diceva “5 novembre 2008”.
Dopo l'ennesima rilettura, scosse la testa: «Potreste averlo stampato voi per dare credibilità a questo stupido scherzo. Non è difficile.»
“Ivan”, o chiunque egli fosse, sospirò: «Apri il giornale.»
Joe scosse la testa, ma ubbidì. Dispiegò completamente il quotidiano sulla prima pagina, e si trovò davanti la fato, a colori, di un uomo, una donna e due bambini di colore che da un palco blu salutavano una folla in festa, che innalzava cartelloni con su scritto, in inglese, “Obama for president” e “Yes, we can”.
«E così credete che nel futuro anche i quotidiani useranno le foto a colori.», disse continuando a leggere il titolo dell'articolo principale, il suo occhiello e il suo sommario «Un uomo di colore che diventa presidente degli Stati Uniti. Sarebbe bellissimo, ma è un'utopia, purtroppo.»
L'altro sorrise di nuovo in quel suo modo ieratico, e onnisciente. Se era Bretagna, doveva ammettere che era davvero un ottimo attore. Era certo che Ivan avrebbe avuto quel modo di sorridere, se fosse potuto crescere nel suo fisico e nelle sue espressioni, e diventare un adulto: «Sai, Pyunma conosce sua nonna.», disse accennando al giornale, o meglio all'uomo che, insieme alla sua famiglia, era ritratto nella foto «Suo padre è keniota. E in Kenya sono orgogliosi di questo, e entusiasti. In tutto il mondo ci sono folle di entusiasti, anche se ovviamente qualcuno continua a ritenere che un “negro” non possa essere presidente degli Stati Uniti d'America, ovvero l'uomo più potente del mondo.» prese qualcosa, sul comodino accanto a lui dov'era anche la bottiglia d'acqua e lo puntò in una direzione con un gesto della mano «Tuttavia è opinione di molti che oggi il mondo abbia voltato una pagina importante. Infatti hai ragione nel dire che un tempo sarebbe stato impensabile.»
Mentre finiva di parlare, su una lastra nera spessa pochi centimetri, posata su un mobile al lato della stanza, erano apparse le immagini di quello che sembrava un telegiornale. Riguardavano sempre l'uomo di colore che secondo il giornale era stato appena eletto presidente degli Stati Uniti.
«Quello sarebbe un televisore?», chiese Joe «Dov'è il tubo catodico?»
L'altro rise: «Oggi non si usa più, almeno per la maggior parte dei televisori in commercio. Si sono diffusi quelli LCD o al plasma. Quelli a tubo catodico si vedevano un po' meglio, ma questi sono meno ingombranti. E poi questo è un modello vecchiotto ormai. Adesso sono già in commercio quelli ad alta definizione, che come qualità di immagine sono migliori di quelli a tubo catodico.», disse «Sai, qui in Russia il governo applica una forte pressione sulla stampa, anche se non come ai tempi del PCUS. Ma queste notizie, per fortuna, passano.»
«Ai tempi del PCUS?»
L'altro si voltò verso di lui, sorridendogli in quel suo modo caratteristico: «Te l'ho detto Joe. Sono successe tante cose.», gli disse «Tra le altre, nel 1991, il PCUS ha lasciato il potere. Nell'agosto di quell'anno c'è stato un colpo di Stato, fallito. Ma ne ha approfittato Boris Eltsin, con il supporto delle forze liberali e democratiche del paese. Il PCUS è caduto e le singole repubbliche che formavano l'Unione Sovietica, ad una ad una, hanno proclamato la loro indipendenza, e l'Unione Sovietica è stata sciolta ufficialmente il 26 dicembre 1991, il giorno dopo le dimissioni di Mikhail Gorbačëv dalla presidenza.»
Joe restò qualche secondo in silenzio. Tralasciò i nomi citati da “Ivan”, appartenenti a personaggi che non conosceva, e si concentrò sull'informazione più importante: «L'Unione Sovietica non esiste più?»
L'altro scosse la testa: «L'Unione Sovietica e tutto quello che significava.», disse puntando di nuovo l'oggetto che aveva preso dal comodino, oggetto che altro non era che un telecomando, verso il televisore, che si spense «Oltre quella porta c'è un piccolo guardaroba.», disse indicando un battente chiuso accanto al caminetto «Dovrebbero esserci abiti della tua taglia. Vestiti, ma vestiti pesante, perché siamo nel novembre di Mosca. Poi ti porto fuori a vedere che non sto scherzando.»
2
Non era uno scherzo. Joe guardava il fuoco acceso davanti a lui, senza vedere veramente le lingue di fuoco che danzavano e baluginavano di luce arancione.
«La cena è stata di tuo gradimento?»
Il corpo di Joe era lì, o almeno così pensava, in un salone, uno dei tanti, della grande casa in un elegante sobborgo di Mosca in cui viveva Ivan Whiskey. Che lui aveva conosciuto nel corpo di un neonato, un corpo che non sarebbe mai potuto crescere o invecchiare. Eppure, ora, lo vedeva nel corpo di un adulto, dal viso intelligente e di bell'aspetto. Ed era proprio lui. Ormai ne era certo oltre ogni ragionevole dubbio. Com'era certo di trovarsi davvero nel 2008, in un mondo totalmente cambiato.
Ecco, appunto, il suo corpo era lì, ma la testa di Joe era ancora da un'altra parte, forse in un altro mondo, nel “suo” mondo, e ci mise ancora qualche secondo per realizzare che gli era stata fatta una domanda: «Oh, sì. Era ottima.»
«Eppure hai lasciato il piatto mezzo pieno», rispose Ivan fermandosi a mettere a posto qualche ceppo nel caminetto.
«Sono un po'... scombussolato.»
Sì, “scombussolato” era il termine giusto. Scombussolato come un uomo che è salito sulle montagne russe ed è sceso ritrovandosi nel mondo di quasi quarant'anni dopo.
«Posso immaginare.», disse l'altro rialzandosi.
«Ivan, perché sono qui?», gli chiese «O forse dovrei dire... perché sono in questo tempo? E come sono arrivato proprio in questo posto?»
L'altro lo guardò dall'alto in basso, senza rispondere subito: «Posso rispondere solo all'ultima delle tue domande. Io sapevo dove trovarti. Ti ho semplicemente raccolto e ti ho portato a casa mia. Ti ho curato e ho aspettato il tuo risveglio. Sapevo dove trovarti, ma non so come ci sei arrivato. E non so perché sei in questo tempo.»
«E quando è successo? E da dove mi hai raccolto?»
Ivan scosse la testa: «Non ha importanza, Joe.»
L'altro aggrottò la fronte: «Come sarebbe a dire che non ha importanza?»
«No, non ne ha.»
«Ma...»
«E' un errore che fai spesso, Joe.», lo interruppe con un tono di voce perentorio e definitivo «Ti focalizzi sul passato, e non riesci a vedere il presente e a proiettarti sul futuro. Forse la domanda più giusta è la prima che hai fatto, ovvero “perché sono qui?”. Ma per questa domanda io non ho risposta. Credo che la dovrai trovare da solo.»
Joe restò a fissare i suoi occhi cerulei ora freddi come due lame di ghiaccio, e capì che non gli avrebbe detto altro. Che non gli avrebbe rivelato né dove lo aveva raccolto, né quando.
«... non riesci a vedere il presente e a proiettarti sul futuro.»
Un sorriso ironico gli affiorò sulle labbra... più proiettato nel futuro di così...
«Magari vorresti qualcosa... che ti aiuti a digerire?»
Joe alzò lo sguardo stranito, pieno di tutti i suoi punti interrogativi: «Ho bisogno di risposte. Non di ubriacarmi.»
Ivan sorrise, di nuovo con quell'espressione ieratica sul volto: «Io non ho le risposte che veramente stai cercando.», gli rispose «In Russia usiamo dire che se insegui due conigli, difficilmente ne catturerai uno. Sei stato bombardato da una quantità di informazioni, emozioni e domande che nessun cervello umano è in grado di gestire. In questo momento è come se tu stessi inseguendo un branco intero di conigli. Hai bisogno di liberarti la mente.»
Joe non disse nulla, si sentiva come svuotato, privo di energie. E si rese conto che, sì, aveva bisogno di quel bicchiere che Ivan gli stava offrendo. Quest'ultimo non aspettò un sì o un qualsiasi accenno, ma se ne andò, lasciando Joe da solo in quella enorme stanza, a guardare i suoi conigli che si allontanavano mentre lui non riusciva a capire quale fosse quello che doveva inseguire.
«Posso immaginare.»
Sospirò. Joe non era sicuro che Ivan, per quanto fosse cerebralmente dotato, potesse veramente immaginare. Durante il giro turistico in quella parte del “nuovo mondo” in cui gli aveva fatto da cicerone, Ivan gli aveva raccontato più approfonditamente la storia della dissoluzione dell'URSS, sin dall'entrata in scena di Mikhail Gorbačëv, che aveva avviato un importante processo di riforma dello stato sovietico, la cui conclusione era stata la caduta del regime comunista sovietico, insieme alla sua influenza. Anche se probabilmente non era esattamente questo ciò a cui lo stesso Gorbačëv mirava con la sua perestrojka e con la sua idea di politica basata sul concetto di glastnost', ovvero sulla trasparenza.
Parlando di Gorbačëv, non aveva potuto evitare di accennare al disastro nucleare di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile 1986, e soprattutto del ruolo che sempre Gorbačëv aveva avuto nella portare alla conclusione la Guerra Fredda, insieme a Ronald Reagan, che aveva ricoperto la carica di presidente degli Stati Uniti tra il 1981 e il 1989. Mentre quello di Gorbačëv era per lui un nome assolutamente sconosciuto, conosceva Ronald Reagan, ma per averlo visto in qualche vecchio film americano, ai “suoi” tempi.
«Conoscevo un Reagan che faceva l'attore...»
«Infatti era la stessa persona.»
Joe sorrise di se stesso ricordando il momento in cui aveva avuto quello scambio di battute con Ivan, proprio davanti al mausoleo di Lenin, sopravvissuto alla volontà di un paese di tagliare i ponti con un passato ingombrante.
«Ma forse il presente è solo diverso.»
Joe alzò gli occhi dai suoi pensieri, e li voltò verso Ivan, che si stava avvicinando a lui con una bottiglia senza etichetta di liquido chiaro in una mano, e due bicchierini nell'altra. Gli aveva raccontato anche della Russia post-comunista: Eltsin, Putin, le guerre in Cecenia e i fatti della Georgia. Quindi sapeva che cosa intendeva dire.
Joe lo guardò posare tutto quello che aveva in mano sul tavolino da caffè posto fra la poltrona di Joe e un'altra che Ivan andò ad occupare.
«Posso chiederti un favore, Ivan?»
«Certo.», disse lui mentre, svitava il tappo della bottiglia.
«Puoi... evitare di leggermi continuamente nel pensiero?»
Ivan sorrise, rimanendo con la bottiglia ferma in mano: «Scusami. Non volevo essere invadente.», rispose «La realtà è che... vedi... ti confesso che l'ho sempre fatto, anche quando non avevo questo aspetto.»
Joe aggrottò la fronte, non sapendo se quella che sentiva era qualcosa di assimilabile alla collera o semplice sorpresa: «L'hai sempre fatto?»
L'altro annuì: «Sì. E mi rendo conto che... non era esattamente giusto, e mi dispiace.», disse «Cercherò di evitare di fartelo notare.»
«Pensi di cavartela così?»
Ivan lo guardò con un'espressione ininterpretabile: «Joe, io non lo faccio apposta, credimi.», gli disse «Il fatto è che... interagire con una persona, parlarle... equivale automaticamente a chiedersi che cosa stia pensando, o cosa stia per dire. E, molto semplicemente io lo vedo. E non posso evitare di farlo. Come non posso evitare di vedere te, se il mio sguardo è puntato nella tua direzione.», sospirò «E, credimi, non è sempre... piacevole. Pensa a quanto possa essere spregevole un essere umano, e avrai solo un'infinitesima idea di quanto possa essere sgradevole ciò che può pensare.»
Joe lo osservò per qualche secondo, in silenzio. Poi annuì, sorridendo: «Va bene, ti credo e sai che sono sincero.», disse accennando una risata «Però cerca di... non farmelo notare. Non è una bella sensazione.», concluse con una smorfia.
Ivan sorrise, con un cenno di assenso del capo: «Va bene. Cercherò di essere più discreto.», disse cominciando a riempire i due bicchierini che aveva portato con sé.
Joe lo osservò versare il liquido della bottiglia. Nonostante la mancanza dell'etichetta sul vetro, e nonostante il colore del liquido, sicuramente non era acqua: «Vodka?»
«E cosa sennò?», rispose l'altro «Te l'ho detto: sono russo e mi piace esserlo, nonostante tutto.»
Detto questo, si portò alla bocca il bicchiere e lo svuotò in un solo colpo, adagiandosi poi sullo schienale della poltrona.
Joe lo guardò sopreso, senza riuscire a togliersi di dosso la sensazione che quella situazione avesse un qualcosa di innaturale. Da poco era riuscito a metabolizzare l'idea di Ivan collegata a quel corpo da adulto. Ma l'idea di Ivan collegata ai bisogni e alle voglie di un adulto gli era del tutto nuova.
«Oh, andiamo Joe. In fondo prima avevo il cervello di un adulto intrappolato nel corpo di un neonato.», disse allontanandosi «Adesso ho anche il corpo di un adulto, e non ci vedo niente di male nel concedermi certe cose. E poi, dopo tutto, sono pur sempre russo.»
Joe scrollò le spalle, come se quel gesto lo potesse aiutare a tirar via i suoi dubbi: «Sì, immagino tu abbia ragione.», disse prendendo il suo bicchierino.
Joe se lo portò al naso, lasciando che il forte odore alcolico gli solleticasse le narici per qualche secondo, prima di bere un sorso del liquido, senza tuttavia svuotare il bicchiere come aveva fatto Ivan.
Nonostante questo, sentì il calore irrompergli la bocca e scendergli lungo il corpo, fino allo stomaco, quasi volesse farlo esplodere dall'interno. Si chiese come diavolo avesse fatto il suo compagno a bere tutto d'un fiato. Forse bisognava davvero essere russi per riuscirci. Tuttavia gli lasciò un ottimo sapore in bocca, e la sensazione della mente
che già cominciava a liberarsi.
«E' fatta in casa.», disse Ivan versandosene un altro bicchiere «La prepara un mio paziente.»
Joe lo guardò con gli occhi che ne tradivano lo stupore: «Un tuo “cosa”?»
Ivan sorrise, bevendo dal suo bicchiere, ma stavolta senza tracannarlo: «Un mio paziente, sì. E' buffo. Ti ho raccontato praticamente tutto della storia recente dell'URSS e della Russia, ma non ti ho detto di me.», disse facendo roteare il liquido incolore all'interno del suo contenitore di vetro «Vedi, avrei potuto usare la mia “testa”», disse battendosi due dita sul capo «per diventare il più grande giocatore di scacchi della storia dell'umanità: passata, presente e futura. Ma, come ti ho detto, non riesco a evitare di leggere nel pensiero degli altri, e quindi non mi sarebbe sembrato molto corretto. E' un po' lo stesso motivo per cui tu sei diventato un pilota di Formula 1 e non un centometrista.»
Joe rise, bevendo un altro sorso di vodka e considerando che, ora che si era abituato al fuoco di quel liquido, ne riusciva ad apprezzare meglio l'ottimo sapore: «Però ti divertivi a umiliare Bretagna con gli scacchi.»
Ivan annuì, ridendo a sua volta: «Beh, infatti lo facevo perché era divertente.», disse «Comunque ho conseguito qualche pezzo di carta: ho una laurea in ingegneria elettronica, matematica, informatica e medicina. Adesso mi sto laureando in scienze della comunicazione, ma solo perché mi incuriosisce la materia.»
«Hai una laurea in medicina, e un paziente.», disse Joe «Quindi sei diventato un medico.»
«Sì.», rispose l'altro confermando la sua risposta con un gesto del capo «Per l'esattezza, sono un cardiologo di fama mondiale.»
Le labbra di Joe si incurvarono in un accenno di approvazione: «Non mi stupisco che tu abbia scelto questa specializzazione. Immagino che tu l'abbia fatto perché anche il professor Gilmore è un card....»
La parola gli fu tranciata di netto in gola, dal pensiero che gli attraversò la testa e che, dopo avergli tagliato la voce, gli trafisse il cuore in un'esplosione di dolore vivo. Si voltò verso Ivan, quasi impaurito di incontrare i suoi occhi e di potervi leggere la verità, e tuttavia non potendo evitare di farlo, come se una forza soprannaturale avesse preso il controllo dei muscoli del suo collo.
Ivan lo fissava immobile, con la verità negli occhi, che si mischiava a un senso di tristezza e malinconia ormai metabolizzato da chissà quanto tempo. Tuttavia, nella luce flebile emanata dal caminetto, Joe fu certo che gli occhi di Ivan fossero diventati lucidi, pur senza lasciar cadere alcuna lacrima.
«La risposta è sì, Joe.»
Eccolo, l'aveva fatto di nuovo. Aveva appena contravvenuto alla promessa che gli aveva fatto solo pochi minuti prima. Ma a Joe non importava in quel momento. La domanda a cui Ivan aveva appena risposto, dopo avergliela letta nel pensiero, era una domanda che non avrebbe mai avuto la forza di fare ed era quasi grato che il suo amico gli avesse evitato quella penosa prova, lasciandogli le parole nella mente, tra le tante domande inespresse che avevano costellato la sua vita.
Tornò a guardare il fuoco davanti a lui, mentre sentiva qualcosa che gli si torceva dentro e un familiare calore che gli pervadeva gli occhi, mentre le palpebre acceleravano il ritmo dei loro battiti, nel tentativo di trattenere le lacrime.
Certo, era nel 2008. Era naturale che fosse successo. Ma lo scorrere lineare del tempo concede all'essere umano il modo di abituarsi alla terribile idea che quel giorno potrebbe arrivare. Lui non aveva avuto quel tempo. Gli era stato sottratto da un destino beffardo, e adesso si ritrovava catapultato in un tempo non “suo”, e, per la secondo volta nella sua vita, si rese conto di essere rimasto orfano.
«Quando è successo?», chiese, sentendo la sua voce che tremava.
Ivan sospirò rumorosamente: «Aveva... 93 anni. E' successo nel sonno. Non ha sofferto. Il suo cuore si è semplicemente fermato.», la sua voce era bassa e intrisa di una calma che in qualche modo riusciva a infondere nel suo interlocutore «E' rimasto lucido e in gamba fino alla fine. Aveva anche ripreso a fare ricerca. Voleva... Vedi, lui è sempre stato convinto che potesse esserci un modo buono per usare la cibernetica. Per esempio poter ridare un braccio o una gamba a chi li aveva perduti. Ma le sue idee erano troppo avanzate per la comunità scientifica del tempo. Oggi c'è chi le sta rivalutando.»
Joe sorrise melanconicamente: «E' stato lui a darti quel corpo?»
Ivan annuì, bevendo un sorso di vodka prima di rispondere: «Lui voleva che io... potessi essere autosufficiente. Insomma, che potessi vivere autonomamente, senza dover pesare su nessun altro.», disse guardando il poco liquido rimasto nel suo bicchiere «Per questo mi ha fornito questo corpo.»
Joe sorrise: «Quindi niente più... pannolini, biberon e pappine?»
«E, soprattutto, niente più dormite che durano due settimane.», disse l'altro ridendo a sua volta «E inoltre... Gilmore era preoccupato perché... dopo di lui non ci sarebbe stato nessuno che avrebbe potuto prendersi cura di voi. Sai che cosa intendo dire.»
Joe lo guardò senza rispondere subito: «Certo, lo so bene.»
Ripensò tutte le volte che dopo un incidente in corsa si era rifiutato di farsi mettere la mani addosso da medici sconosciuti. Non perché si fosse fatto qualcosa, figurarsi, ma solo per i controlli e gli esami di rito in questi casi.
«Solo il mio medico mi può mettere le mani addosso. E mi prendo io tutta la responsabilità della mia decisione.»
Per tutti era solo la classica paranoia da star di un famoso pilota di Formula 1. Una paranoia che gli veniva perdonata di buon grado, dato il talento e dato il fatto che non aveva mai mostrato altre singolarità. In realtà era solo un modo per proteggere la sua scomoda verità al mondo esterno.
«Quindi... ti tieni in contatto con gli altri?»
Ivan annuì: «Certo. Ma lo avrei fatto anche se non fossi stato il loro “medico personale”.», disse «Stanno tutti bene, sai. Un po' invecchiati, ma... in ottima salute.»
Joe lo guardò senza saper bene che cosa esprimessero i suoi occhi. Di nuovo Ivan gli aveva anticipato una risposta a una domanda che non avrebbe mai avuto il coraggio di fare. Di nuovo aveva disatteso la sua promessa di poco prima, e di nuovo gli era grato per questo: «Sai, mi sono sempre come saremmo invecchiati.», disse «Nell'immaginario collettivo... si pensa che i cyborg, se esistessero, sarebbero immortali. Ma Gimore un giorno mi disse che non era affatto così.»
Ivan finì la sua vodka: «Vedi Joe, il problema è sempre quello.», disse posando sul tavolino in mezzo a loro il bicchierino vuoto ormai «Il cervello umano che il cyborg ha dentro di sé è il suo punto di forza, perché gli permette di abbinare alle potenzialità della macchina, le capacità della migliore forma di intelligenza dell'universo: l'intelligenza umana.» disse allargando le braccia come a voler abbracciare tutto quell'universo che aveva citato solo poco prima. Poi puntò il dito avanti a lui «Ma è anche il suo punto debole, perché il cyborg continua a mantenere, oltre alla sua memoria da semplice essere umano, quella capacità di provare sentimenti umani che mal si associa alla sua condizione meccanica. E, aldilà di questo, c'è il fatto puro e semplice che, essendo un elemento vivo e organico, il cervello finisce con il deperire e arriva il momento in cui non è più in grado di gestire il corpo che lo ospita. Questo vale tanto per gli esseri umani, quanto per i cyborg. Solo che per questi ultimi il processo di degenerazione è molto più lento.»
Joe aggrottò la fronte: «Quindi diventeremo tutti ultracentenari?»
Ivan inclinò la testa d'un lato, sottolineando il suo gesto con un movimento all'insù delle palpebre: «Tendenzialmente la speranza di vita di un cyborg dovrebbe essere inversamente proporzionale all'età in cui è avvenuta la trasformazione. A meno che non... intervengano fattori esterni.», disse Ivan. Ma poi allargò le braccia «Ma per ora non è niente più che una semplice teoria, senza riscontri oggettivi. Fortunatamente, aggiungerei.»
Joe contorse il viso in una smorfia, mentre posava rumorosamente il suo bicchiere sul tavolo: «E' una teoria terrificante... Ho subito la trasformazione quando avevo 18 anni, e sono il più giovane del gruppo. Secondo la tua teoria, quindi, io sarei quello che è destinato a sopravvivere a tutti gli altri!», disse alzandosi in piedi di scatto, come se quel pugno allo stomaco che aveva sentito l'avesse fatto rimbalzare sulla poltrona «Rimarrò solo, ancora una volta. E' questo il fantastico futuro in cui mi dovrei proiettare, secondo te?»
Ivan lo fissava con quel suo sorriso, che stava cominciando a risultargli odioso: «Joe, non ti stai dimenticando di me?»
L'altro lo fissò sentendosi uno stupido. In realtà era Ivan il più giovane fra di loro. Ma l'altra parte della realtà è che lui era sempre stato portato a considerare Ivan un caso a parte, fra di loro. Ben altra cosa rispetto a quello che il suo corpo da neonato potesse lasciar pensare a chi non lo conoscesse.
«Scusami.», disse incrociando le braccia sul petto e abbassando gli occhi a terra, mortificato «A volte so essere incredibilmente egoista ed egocentrico.»
Ivan scrollò le spalle: «Non ti preoccupare, Joe.», disse alzandosi in piedi «So di non essere io la persona con cui avevi immaginato di passare gli ultimi giorni della tua vita. Ma... condivido pienamente il tuo terrore. La prospettiva che ho di... sopravvivere a tutti gli altri mi angoscia.»
«Vorrei vederli.»
Ivan lo guardò perplesso e sorpreso, come se non fosse riuscito a cogliere il pensiero di Joe prima che egli potesse metterlo sotto forma di parole e voce.
«Voglio vedere i miei amici.», ripeté, anche se era consapevole che Ivan aveva capito benissimo.
«Questo non è possibile.», ribatté l'altro, impassibile come una statua, con gli occhi diventati di nuovo gelidi pezzi di ghiaccio, come la sua voce.
Joe sentì i suoi lineamenti piegarsi in una smorfia: «Come sarebbe a dire che non è possibile?!»
«Esattamente quello che ho detto.»
Joe lasciò uscire la rabbia insieme a un rumoroso sbuffo d'aria dalle narici, ma non servì a calmarlo: «Ma perché?»
«Perché è così e basta.»
La rabbia gli percorse tutto il corpo come un riverbero, e ancora prima che se ne potesse accorgere, Joe era addosso al suo interlocutore e l’aveva preso per il bavero: «Andrò da loro, con te o senza di te!», si sentì sibilare.
Ivan non sembrò affatto scomporsi per la reazione di Joe, né per la situazione in cui si trovava. Mentre lo fissava con i suoi occhi cerulei, con la calma di un iceberg, strinse il polso di uno dei bracci di Joe con una mano: «Mi dispiace, ma non è possibile Joe.», gli disse ancora con quel suo tono di voce gelido e piatto «Non puoi incontrarli. Tu sei qui, ma non appartieni a questo tempo…»
«Non m’importa un accidente!», rispose l’altro scuotendolo.
Ivan sorrise, ma stavolta assomigliava più al sorriso di divertita compassione che si rivolge a un bambino che si sta impuntando su un capriccio che non potrà mai essere esaudito: «Mi dispiace, Joe. Non te lo posso permettere.»
Joe fu per ribattergli addosso la sua rabbia, ma qualcosa gli bloccò le parole in gola, qualunque esse fossero. Poi avvertì l’orribile sensazione che le forze lo abbandonassero, e che il suo corpo stesse perdendo sensibilità, come se si stesse intorpidendo, tanto che abbassò gli occhi quasi a voler controllare di avere ancora le gambe. Rialzandoli vide la mano di Ivan intorno al suo polso e aggrottò la fronte come se si accorgesse soltanto in quel momento di quel particolare.
Tornò a fissarlo negli occhi, e li trovò ancora gelidi. Ma vi lesse un qualcosa che assomigliava alla compassione: «Che cosa mi stai facendo, Ivan?», gli chiese con una voce che gli sembrò provenire da un universo di distanza.
«Mi dispiace, Joe.»
E poi fu il buio.
3
Fece fatica ad aprire gli occhi, come se le sue palpebre fossero state incollate. Quando vi riuscì e vide ciò che lo circondava, la sensazione fu quella di essere tornato al punto di partenza.
La prima cosa che vide fu di nuovo il soffitto scuro che aveva salutato i suoi occhi il giorno prima
“... quarant'anni dopo...”
e lo circondava la stessa stanza, avvolta perfino nella stessa penombra creata dalla poca luce lasciata filtrare dalla enorme finestra alla sua sinistra, che sembrava chiusa esattamente allo stesso modo del giorno precedente
“... ma è veramente passato solo un giorno?...”.
La stessa stanza, con il suo pavimento di legno scuro, le pareti spugnate ricolme di quadri, il mobile con sopra quella lastra nera che ancora faticava a credere potesse essere un televisore.
Anche il fuoco era acceso come la prima volta che si era svegliato in quella stanza, e vi erano accanto, nella stessa identica posizione, anche il tavolo con la scacchiera e le due poltroncine. Solo che, a differenza della volta scorsa, stavolta quella delle due che dava verso di lui, era occupata.
«Scacco matto.», disse Ivan facendo cadere quello che doveva essere il re nero, per poi posare la pedina vincente sulla scacchiera. Quindi alzò finalmente gli occhi verso di lui «Buongiorno.»
Joe avvertì di nuovo quel vago dolore pervadergli il capo, e procurargli una smorfia di dolore sul viso. Cercò di rimettere insieme i frammenti degli ultimi suoi ricordi, e facendolo sentì riaffiorare e crescere la collera nel suo stomaco, insieme al dolore alla testa: «Buongiorno un corno!»
Ivan non reagì ai suoi modi bruschi. Rimase impassibile, sulla sua poltroncina, con quel suo sorriso inafferrabile: «Mi dispiace, Joe. Ma, che tu ci creda o no, non è dipeso da me.»
Joe si alzò a sedere sul letto, lentamente, ma nonostante questo, il movimento gli provocò una fitta al capo lancinante, che lo costrinse a chiudere gli occhi, quasi a voler contenere il dolore al loro interno. Quando li riuscì a riaprire, sentì il suo respiro affannoso, come se avesse appena corso una maratona: «Vorresti dire che le mie forze se ne sono andate di loro spontanea volontà?», gli chiese, accentuando il tono ironico nella sua voce «Io invece credo che tu mi abbia fatto qualcosa.»
Ivan accentuò il suo sorriso, per poi alzarsi e cominciare ad avvicinarsi lentamente a lui, con le mani in tasca: «Credi quello che vuoi.», disse «Non ha importanza.»
Joe sbuffò. Che fosse lui a decidere cosa fosse importante e cosa no gli dava tanto sui nervi quanto quel suo sorriso: «Perché vuoi impedirmi di vedere i miei amici?»
Ivan si fermò a pochi passi dalla spalliera inferiore del letto, e restò semplicemente a fissarlo per dei lunghissimi secondi: «Tu perché vuoi vederli?»
Sospirando per l'ovvietà della domanda (e poi Ivan che bisogno aveva di di domandare?), Joe si guardò intorno alla ricerca dei suoi vestiti, che trovò ben sistemati su un appendiabiti in un angolo della stanza, alla sua sinistra: «Non lo immagini da solo?», disse tirando via le coperte e alzandosi, provocandosi, in questo modo, un'ulteriore fitta alla testa «O forse la domanda giusta sarebbe: non lo sai già?»
Il sorriso sulle labbra di Ivan non si mosse di un millimetro: «Se mi avessi risposto, avresti fatto prima che a fare tutto questo giro di parole.»
«Tu eludi le mie domande.», disse Joe infilandosi i jeans «Perché dovrei rispondere alle tue?»
Stavolta il sorriso di Ivan si accentuò: «Perché avrei potuto ripensarci.»
Joe alzò lo sguardo verso di lui, mentre si infilava la camicia: «Ripensarci?»
Ivan annuì: «Avrei potuto valutare l'idea di farteli vedere.»
Joe rimase bloccato nel gesto di infilare il terzo bottone nella rispettiva asola: «Voglio semplicemente vedere come stanno, come se la passano.», disse, riprendendo ad abbottonarsi l'indumento «Mi pare così ovvio… e naturale.»
Ivan si voltò verso la grande finestra, e cominciò ad incamminarsi in quella direzione: «L'ovvio è un concetto relativo, Joe.»
«Ieri hai detto che non era possibile.», disse l'altro «Perché ora hai cambiato idea?»
Ivan aprì la ante a vetri della finestra, lasciando entrare la gelida aria del novembre di Mosca. Quindi spinse in là le tapparelle semichiuse, permettendo alla piena luce del giorno di entrare gloriosa nella stanza, insieme al freddo e a un intenso odore di neve: «Io non ho cambiato idea.», rispose infine appoggiandosi al davanzale.
«Ma allora...»
Ivan si voltò verso di lui, bloccandogli le parole in gola con un solo sguardo. Quindi richiuse le ante a vetri della finestra, rimanendovi però davanti e guardando all'esterno: «Non è possibile... nel modo in cui vorresti tu.»
Joe sentì contorcersi la fronte, in espressione della sua perplessità: «Che cosa intendi dire?»
L'altro si voltò verso di lui: «Vuoi vedere tutti loro?»
Joe sospirò. Ancora una domanda che eludeva una sua domanda: «E' ovvio che voglia vederli tutti.», rispose sedendosi sul letto, e iniziando a mettersi i calzini.
«E se ti dicessi che hai la possibilità di vedere soltanto uno di loro?»
Joe rimase immobile con i lacchi della scarpa destra in mano, e alzò lo sguardo verso il suo interlocutore: «Uno soltanto?»
Ivan non rispose, lasciando al silenzio il compito di assentire.
Joe tornò a occuparsi delle sue scarpe, e si concesse il tempo necessario per indossare anche l'altra, soltanto per avere un modo come un altro per evitare quello sguardo di ghiaccio che aveva il raro potere di metterlo in difficoltà: «Io...», alzò lo sguardo verso il suo ospite «Io...»
«E' buffo.»
Joe lo guardò perplesso: «Cosa sarebbe tanto buffo?»
«Sei tanto bravo a prendere decisioni in battaglia quanto non lo sei mai stato nella vita reale.»
«Credi che quella che mi hai chiesto sia una scelta facile?»
Ivan sorrise: «Credo che quella sia solo una parte del problema.», disse scostandosi dalla finestra e avvicinandosi a lui «Comunque, te li farò vedere.»
Joe finì di legarsi anche la seconda scarpa e alzò gli occhi colmi di speranza verso di lui: «Dici davvero?»
Ivan annuì: «Ma c'è una regola, Joe, Una sola.», gli disse alzando il dito ad indicare il soffitto, come un maestro rivolto al proprio alunno «Ma la dovrai rispettare e dovrai giurarmi che la rispetterai.»
Parte della speranza negli occhi dell'altro fu sostituita da un misto di timore, angoscia e perplessità: «Quale regola?»
Ivan colse un profondo respiro, e lo guardò intensamente negli occhi prima di rispondere alla sua domanda: «Non potrai interagire con loro, in nessun modo.», disse «Potrai osservarli, potrai vedere come stanno e come vivono. Ma non potrai parlare con loro, non potrai toccarli né sfiorarli.»
Joe restò in silenzio per un lungo momento, cercando di metabolizzare quelle parole. Gli tornò alla mente ciò che Ivan gli aveva detto poco prima...
«Non è possibile... nel modo in cui vorresti tu.»
e pensò di cominciare a capire cosa intendesse dire.
«Perché?», gli chiese.
Ivan non rispose per qualche istante: «Te l'ho detto, Joe. Tu non fai parte di questo tempo.», disse «Se tu interferissi con le cose di questo tempo, il tuo gesto potrebbe avere conseguenze catastrofiche sulla vita dei nostri amici. Conseguenze che tu non puoi nemmeno immaginare. Qualcosa che sicuramente tu non vorresti, e che soprattutto non vorrei io. Quindi, sappi che se cercherai di contravvenire alla condizione che ti ho posto, io te lo impedirò a tutti i costi.»
Joe restò a guardarlo in silenzio, cogliendo nel suo sguardo la gravità e la sincerità di quanto aveva detto. E, no, sicuramente lui non aveva nessuna intenzione di recare un qualunque danno ai suoi amici. E se ciò significava non poter interagire con loro, sarebbe stato al patto. Sarebbe stato straziante, ma avrebbe rispettato la condizione che Ivan gli aveva posto.
«... Tu non fai parte di questo tempo...»
“E allora perché sono qui?”
Si alzò dal letto, e cominciò a camminare lentamente verso la finestra davanti alla quale Ivan era stato poco prima. Vi si fermò davanti, con le mani in tasca: una spessa coltre di neve ricopriva di bianco il suolo, i tetti delle case lontane e le forme degli oggetti e delle piante dell'enorme giardino della casa di Ivan sulle quali si era posata.
Era novembre, ed era a Mosca. Non era una cosa insolita. E aveva visto un paesaggio simile altre volte. Eppure, ancora, uno scorcio del genere fece riaffiorare in lui sentimenti di malinconia, tristezza e un senso di nostalgia strano per lui che era cresciuto in una città in riva al mare.
«... Tu non fai parte di questo tempo...»
Il ramo di un albero simile a un abete cedette sotto il peso della neve che lo ricopriva e la lasciò cadere su una panchina, che si era salvata dalla neve proprio per il fatto di essere al riparo sotto l'albero.
«E poi che cosa è successo?»
«004 ha sparato un missile contro il velivolo che ti ha sparato, e l'ha distrutto... Tu non fai parte di questo tempo...»
Abbassò gli occhi a terra, come a ricacciare indietro il ricordo e il pensiero che aveva generato. Pochi secondi dopo li rialzò, di nuovo rivolti verso ciò che poteva ammirare fuori da quella finestra. Ma il candore della neve, stavolta, gli dette come la sensazione di accecarlo, e istintivamente ritrasse lo sguardo, lateralmente, incontrando quello di Ivan, che lo osservava silenzioso, con le braccia dietro la schiena. Quasi aspettasse che gli facesse una domanda. Che gli facesse “quella” domanda, espressamente, chissà da quanto, senza dargli la possibilità di avere una risposta che anticipasse le sue parole che erano già ben formate nella sua testa e che si trovavano già sulla punta della lingua. E che pure non riusciva a riempire di voce.
«Se tu interferissi con le cose di questo tempo, il tuo gesto potrebbe avere conseguenze catastrofiche sulla vita dei nostri amici.»
“Perché?... Forse perché...”
«Io sono morto, Ivan?»
Lui abbassò il capo, a guardare chissà quale listello del pavimento di legno scuro, come se la risposta a quella domanda si trovasse sotto di esso. Ma le sue labbra non si mossero, e Joe fu sicuro di vedere passare sui suoi occhi un velo di tristezza, mentre un brivido gli percorse la schiena nel realizzarne il possibile significato.
«Ivan, rispondimi.», gli chiese con una voce tremante e flebile, che non riusciva a soddisfare il suo desiderio di urlare «Quel giorno in cui salvammo Mombaad, in cui quella parete di pietra praticamente mi crollò addosso… quel giorno io sono morto?»
Ivan alzò gli occhi cerulei su di lui. Quegli stessi occhi che così tante volte aveva visto simili a lame di ghiaccio, adesso gli sembravano invece caldi e liquidi ed ebbe la certezza che quel velo di tristezza e malinconia fosse reale, e non la sua semplice impressione.
Improvvisamente sentì le gambe incredibilmente deboli, come se fossero tronchi svuotati dall’interno che si reggevano solo su un sottile strato di corteccia secca: «Sono morto, vero?»
Ivan sospirò: «La realtà è che… non posso rispondere a questa domanda.», gli disse. E per la prima volta da quando lo conosceva, Joe sentì l’incertezza nella sua voce.
«Perché non puoi rispondere?», gli chiese rendendosi conto, soltanto in quel momento, che si reggeva in piedi solo perché si stava sostenendo al davanzale della finestra «Credi che abbia paura della verità?»
«Non è così semplice, Joe.»
L’altro scosse la testa: «E’ estremamente semplice. Quanto dire un sì o un no.»
Ivan si prese qualche secondo, alzando gli occhi al soffitto come a volervi leggere le parole che voleva dire: «In fondo tu credevi di essere morto molto tempo prima di allora…»
«Non azzardarti a cercare di sviare il discorso.», lo avvertì Joe, ma sentiva la sua voce così debole che sembrava ridicola in quel tentativo di dare un tono minaccioso alle sue parole.
Ivan scosse la testa, facendo ondeggiare i suoi capelli biondo cenere: «Non sto cercando di sviare il discorso. Ma, davvero, non posso rispondere alla tua domanda.»
«No, tu non vuoi rispondere alla mia domanda.», gli ribatté «E’ estremamente diverso.»
La testa dell’altro si mosse di nuovo in un segno di diniego, e la tristezza nei suoi occhi divenne compassione: «Joe, non è così davvero.», di nuovo con quel tono di voce che si rivolge a un bambino che sta facendo un capriccio «Non posso risponderti, e non dipende da me.»
Joe continuò a fissarlo, mentre sentiva il bisogno di deglutire quel groppo di saliva che gli si era formato in bocca. Avrebbe voluto ribattere ancora, ma non trovò in sé la forza per farlo, schiacciato dalla consapevolezza non gli avrebbe detto niente.
Senza nemmeno accorgersene, si lasciò andare al desiderio delle sue gambe di cedere, e accompagnò il suo corpo fino a sedersi per terra, con la schiena appoggiata al muro, e le gambe distese davanti a lui, come un burattino lasciato accuratamente in posizione dal suo marionettista.
«In fondo tu credevi di essere morto molto tempo prima di allora…»
Per uno strano istinto alzò le mani per guardarle, e quasi si sorprese nel non trovarle trasparenti come immaginava dovessero essere quelle di un fantasma: «Sai, è vero… quello che hai detto prima.», disse continuando a guardare le sue mani. Poi alzò gli occhi verso di lui «Io credevo di essere morto tanto tempo prima. Quando ho scoperto di essere diventato poco più di un robot evoluto… un cyborg chiamato 009.»
Ivan restò a guardarlo per qualche istante, sempre con quegli occhi compassionevoli incastonati nel volto. Dopo qualche secondo, fece qualche passo verso, e si lasciò cadere anch’egli a sedere sul pavimento, proprio accanto a lui, con la schiena appoggiata al muro e le gambe incrociate: «Che cosa… ti ha dato la forza per continuare a vivere?»
Joe alzò gli occhi al soffitto, come se lì avesse potuto leggere le sue parole: «La vendetta… inizialmente è stata la vendetta. Volevo… vendicarmi per quello che mi era successo.», disse abbassando poi lo sguardo verso le sue mani, ora abbandonate sulle sue gambe «Credo che fosse una forza vitale comune a tutti noi… quel desiderio di vendetta. Ma poi… è subentrato altro.» alzò lo sguardo per fissare qualcosa sul muro opposto, senza nemmeno vederlo «Non ho trovato solo dei… “compagni d’armi”. Ho trovato qualcosa a cui appartenere… io che mi ero sentito un escluso per tutta la vita. E ho capito quanto fosse importante appartenere a qualcosa. Ho trovato in Gilmore quel padre che non avevo mai avuto. E negli altri affetto, amicizia vera e…»
«E cosa?»
Joe chiuse le labbra che gli erano rimaste socchiuse su quelle ultime parole inespresse, e scosse la testa: «Ormai… non ha più importanza.», le sue labbra formarono un sorriso ironico, di cui sentì il sapore amaro pervadergli la bocca «E’ passato, ormai.»
Ivan restò in silenzio alcuni istanti, concedendogli il tempo di metabolizzare i suoi pensieri: «Vuoi ancora vederli?»
Joe si voltò verso di lui, ma non rispose immediatamente. Quando Ivan gli aveva detto a quale condizione avrebbe potuto vedere i suoi amici, gli era sembrato ingiusto e crudele. Adesso, da quel nuovo punto di vista da cui aveva cominciato a vedere il mondo da qualche minuto a quella parte, rispettare quella condizione gli sembrava la cosa più logica e naturale. Si riteneva anzi fortunato che gli fosse concessa anche solo la possibilità di rivederli.
«Certo.», disse «Adesso lo desidero anche più di prima.»
Ivan accennò un sorriso: «E chi vorresti vedere per primo?»
Joe sospirò, guardando avanti a sé: «Io vorrei…», sentì una fitta all’altezza dello stomaco e le labbra serrarsi, mentre le parole gli ritornavano in gola. Per sempre «Decidi tu Ivan. E’ indifferente.»
Ivan aspettò qualche secondo: «Sei sicuro?»
Joe si voltò verso di lui, concedendosi qualche secondo per elaborare un pensiero che però troncò sul nascere: «Sì, ne sono sicuro.»
4
Beijing era una città molto diversa da quella che ricordava.
Alle biciclette si erano sostituite migliaia di automobili, e gli hutong, i quartieri tradizionali formati dai bassi siheyuan, erano stati in gran parte sostituiti da moderni palazzi e grattacieli.
Anche l'aria era estremamente diversa. Il cielo perennemente velato da una coltre grigia tradiva ciò che entrava nei polmoni. Dopo poco più di un'ora che si trovavano lì, Joe aveva come la sensazione che gli stessero bruciando.
«Sai, qui ci sono state le olimpiadi quest'anno.», disse Ivan alzando gli occhi verso quel cielo grigio, nonostante il sole che vi si stagliava. Poi indicò davanti a sé e la direzione del suo dito andò ad indicare una enorme struttura visibile in lontananza, dal loro punto di osservazione dal quale potevano abbracciare con lo sguardo una buona porzione dell'immensa metropoli che era diventata Pechino. La struttura indicata da Ivan sembrava vagamente ovoidale, ed era caratterizzata, all'esterno, da linee metalliche ricurve che andavano a intrecciarsi le une con le altre «Quello è lo stadio nazionale dove si sono svolti i giochi. Lo hanno chiamato “Nido d'uccello”. Un nome appropriato, non credi?»
Joe restò a osservare lo stadio in silenzio, per qualche secondo: «Sì, direi che è un nome adatto.», rispose «E' maestoso, ma ha qualcosa di... non saprei come definirlo.»
«Inquietante?», suggerì Ivan.
Joe lo guardò con le labbra serrate, in una smorfia di perplessità: «Forse. Dimmi, la Cina è sempre una repubblica socialista?»
Ivan annuì: «Oh, sì. Non l'avevi intuito da solo?»
«Beh, sono cambiate molte cose...», rispose l'altro guardandosi attorno, come se avesse bisogno di ulteriori conferme.
«Qui il controllo governativo è strettissimo.», disse Ivan «Comunicazioni, stampa, ritmi di lavoro, la vita dei cittadini... perfino il numero massimo di figli è stabilito per legge.»
Joe piegò le labbra in una sorta di smorfia: «Sapevo di qualcosa del genere.»
Ivan scosse la testa: «Quelle che conosci tu sono semplici politiche di controllo, più che altre volte ad incentivare una pianificazione familiare più controllata.», disse «Ma ebbero poco successo. D'altra parte non fu Confucio a dire che “più bambini significa più felicità”? E lo stesso Mao Tse Tung aveva a suo tempo avviato politiche a favore della natalità, che portò a una sorta di baby-boom tra gli anni '50 e '60. Le politiche di controllo di cui parli tu non potevano avere il potere di cambiare concetti tanto radicati nella testa delle persone. »
«E quindi?»
«Nel 1979 circa un quarto dell'intera popolazione mondiale viveva in Cina, ma poteva disporre solo del 7% della superficie coltivabile. Una situazione che avrebbe finito con il portare all'implosione del paese. Quindi, proprio in quell'anno, fu introdotta una legge che vietava alle donne di avere più di un figlio. Ma è un cane che si morde la coda...»
Joe aggrottò la fronte: «In che senso?»
Ivan sorrise, voltandosi verso di lui: «Beh, cominciamo dal fatto che ci sono troppi uomini e poche donne.», disse «Si predilige avere un figlio maschio, quindi si verificano molti casi di aborti selettivi.», roteò un attimo le pupille negli occhi, come se stesse cercando di cogliere qualcosa che gli stava sfuggendo «Ah, già. Ma forse tu non sai che oggi è possibile sapere in anticipo il sesso di un nascituro. Miracoli della medicina e dell'ecografia. Ma c'è di più.»
«Ovvero?», chiese Joe, che ormai aveva smesso di farsi e fare troppe domande su tutte le cose che potevano sembrargli incredibili e inaudite, che ogni tanto comparivano nei discorsi del suo “amico del futuro”.
Ivan sospirò: «Come ti ho detto prima, è vero che la Cina è ancora uno stato socialista. Ma in questo momento è forse anche lo stato più capitalista del mondo.»
La perplessità sul volto di Joe aumentò. Non riusciva a concepire i termini “capitalista” e “socialista” nella stessa frase, se non in contrapposizione l'uno all'altro.
Ivan, per qualche secondo, si limitò a studiare il suo volto, forse divertendosi per la sua espressione. Quindi allargò il braccio, quasi a voler abbracciare tutta la città davanti a loro: «Guardati intorno a Joe. E' tutto sotto i tuoi occhi, o sopra la tua testa. I grattacieli, le auto, l'inquinamento. Questo è un paese industrializzato.», disse «Quella cinese è la terza economia del mondo, ormai. E tra non molto scalzerà il Giappone in quella classifica. L'apertura del mercato ha fatto sì che numerose aziende occidentali venissero qui in cerca di mano d'opera a basso costo.»
«Ma una volta la Cina era un paese chiuso e isolato...»
Ivan scosse la testa: «La svolta avvenne nei primi anni '90. Nella primavera del 1989 un gruppo di studenti occupò Piazza Tian'anmen, protestando contro il regime e invocando la democrazia. L'esercito represse il tentativo di rivolta nel sangue, ma il partito si rese conto che, nell'epoca della comunicazione globale che stava appena iniziando, non poteva pensare di isolare la popolazione dalle influenze derivanti dalle ricche e prosperose culture occidentali.», disse «Così furono avviate delle riforme economiche che di fatto hanno introdotto una sorta di capitalismo nel paese. Un capitalismo che, però, è fortemente controllato dal partito. Come ogni cosa qui. Perfino le Olimpiadi... sono state un enorme spot per il paese. Poco importa se per... realizzare i migliori giochi di sempre migliaia di poveri sono stati sfrattati dalle loro case per nasconderli agli occhi del mondo. Perché il mondo doveva solo vedere la faccia bella e pulita di questo paese. Per non parlare del concetto di rispetto dei diritti umani che hanno da queste parti.»
Joe voltò gli occhi verso la città sotto di loro. Il Nido d'uccello si stagliava in lontananza, nel rossore del pomeriggio, con il suo aspetto maestoso eppure, come lo aveva definito Ivan, a suo modo inquietante: «Allora non è cambiato niente da quel punto di vista...»
«Oserei dire che la situazione è peggiorata rispetto a quella che conoscevi tu.», rispose Ivan, riattirando lo sguardo di Joe su di sé «Nell'era della comunicazione globale quale siamo oggi, il governo ha stretto ulteriormente le maglie della censura e il controllo sulla stampa, nel tentativo di controllare ogni informazione che arrivi in Cina, e ogni informazione che ne esca. Le Olimpiadi sono state l'occasione per dimostrare che... qui tutto è bellissimo e meraviglioso. Perfino le fabbriche sono state fermate, per far diminuire il tasso di inquinamento durante i giochi. Ed effettivamente... sono state delle belle Olimpiadi. Però si sa pochissimo dei dissidenti e dei difensori dei diritti umani che sono stati incarcerati, in modo che, come i poveri, non si vedessero. E, per quanto forse l'economia si sia aperta al mondo esterno, per molti aspetti la Cina resta un paese chiuso ed isolato. E controverso. Fonti non ufficiali affermano che ci sono almeno 68 diversi reati per cui è prevista la pena di morte, inclusi reati finanziari e non violenti. Alcuni ritengono che siano ancora di più.»
Joe tornò a guardare la città che si estendeva davanti a lui e gli mostrava le sue luci sfavillanti che illuminavano la sera entrante: «E Chang dove si trova, in tutto questo?»
Ivan lo fissò per qualche secondo, senza rispondere subito. Poi anche i suoi occhi si rivolsero a quella enorme distesa di edifici e persone: «Ti porto da lui.»
Pochi secondi dopo Joe sentì di nuovo la sensazione che il suo corpo diventasse incredibilmente leggero, fino a levitare. Aveva avuto la stessa sensazione quando erano partiti dalla casa di Ivan alla volta di Pechino. Un viaggio da qualche ora di aereo che si era ridotto alla durata di qualche battito di ciglia. Tutto ciò che aveva intorno scomparve alla sua vista, confondendosi in un quadro a tinta unica.
Il tutto durò solo pochi istanti, quando il suo corpo riprese peso e consistenza, ma in un altro posto rispetto a dove erano appena pochi attimi prima.
Joe si guardò le mani, e di nuovo si stupì di sentirle nella loro sostanza. Ivan gli aveva spiegato in che modo avrebbero viaggiato.
Tramite i suoi poteri ESP, Ivan lo avrebbe portato in varie parti del mondo, ove si trovavano i loro compagni. Ma ciò che avrebbe viaggiato di Joe sarebbe stato qualcosa di assimilabile al suo spirito, e non il suo corpo. Questo suo status non gli avrebbe permesso di interagire con le cose, né con le persone, semplicemente perché nessuno avrebbe potuto vederlo.
A meno che Ivan non l'avesse voluto, con l'abilità che gli era concessa di riunire lo spirito al corpo di Joe, rimasto come addormentato a Mosca.
«Perché mi hai fatto promettere di non cercare di interagire con loro, se sapevi già che non avrei potuto.»
«Ho i miei buoni motivi.»
Era stata la sola spiegazione che Ivan gli avesse dato, e ben presto si era reso conto che sarebbe stata una delle tante sfuggevoli e oscure risposte di Ivan di cui si sarebbe dovuto accontentare.
«Ivan, posso farti una domanda?», gli chiese volgendo gli occhi verso di lui.
L'altro attese qualche secondo, quasi stesse valutando se rifiutare la sua richiesta: «Sentiamo.»
«Se il mio corpo non è qui... perché respiro l'aria che è qui.»
Ivan sorrise: «Non fai mai domande banali, Joe.», disse «Gilmore aveva ragione: con la tua intelligenza, una vita diversa ti avrebbe dato tante opportunità.»
Joe piegò le labbra in una smorfia di amarezza: «Non intendi rispondermi?»
Ivan annuì: «Certo. La risposta è che respiri l'aria che è qui, per lo stesso motivo per cui puoi sentire i rumori che sono qui, e gli odori.», rispose «E questo perché, modestamente, sono molto bravo a utilizzare i miei poteri. I tuoi sensi hanno viaggiato insieme al tuo spirito...»
«Ma non posso toccare le cose.», disse «Mi rendo conto che anche la stessa impressione di camminare sulla terra è poco più di un'illusione.»
Un accenno di rimprovero passò negli occhi di Ivan: «Stavo precisando: quelli che ti sono necessari.», disse cadenzando ogni singola sillaba «E adesso andiamo.»
Joe sospirò, capendo che la conversazione era finita lì, che lui lo volesse oppure no.
Alzò gli occhi al cielo, e le luci dell'insegna quasi ebbero un effetto accecante sui suoi occhi, tanto che sentì l'impulso di chiuderli. Li riaprì lentamente, permettendo loro di abituarsi gradatamente alle luci intermittenti. Era un'insegna quadrangolare, a sfondo rosso, con il contorno delineato da una linea al neon di colore chiaro. In mezzo all'insegna, a grandi caratteri, una scritta in ideogrammi indicava semplicemente “da Chang”. La scritta veniva poi ripetuta in inglese poco sotto, ma con caratteri più piccoli.
Sotto l'insegna, una enorme porta a vetri consentiva l'ingresso al locale, attraverso un corridoio che dava su una scalinata ricoperta da una guida rossa. Facendo un passo indietro, Joe poté notare che il locale era parte di un alto grattacielo, di cui doveva occupare tutto il piano terra e il primo piano.
«Che te ne pare?», gli chiese Ivan dopo avergli dato il tempo di farsi un'idea.
Joe spalancò gli occhi, a sottolineare ciò che stava per dire: «Che il nostro amico ha fatto le cose in grande.»
Ivan sorrise: «Questo è solo il primo.»
«Il primo?», chiese Joe voltandosi verso di lui.
«Sì, il primo ristorante che ha aperto.», spiegò «Dopo essere ritornato in attività. In realtà prima era in un'altra zona della città. Adesso è stato portato qui. Questo è uno dei quartieri più esclusivi di Pechino, e quello di Chang è considerato uno dei migliori ristoranti della città, se non di tutta la Cina. Ma ha aperto altri locali, in varie città del mondo.»
Ivan si avviò quindi verso l'entrata, e Joe lo seguì, attraverso la porta a vetri e su per la scalinata, che li portò a un'enorme sala, dominata da tonalità di rossi e gialli. C'erano parecchi tavoli, tutti pieni, tra i quali si rincorrevano camerieri rigorosamente in divisa, facendo la spola tra quella che doveva essere la cucina e i clienti. Di questi, nessuno era vestito con quelli che potevano definirsi abiti casual, ma tutti gli uomini indossavano la cravatta, o eleganti e tradizionali changshan. Anche le donne erano vestite con eleganti vestiti di gusto occidentale oppure con i loro migliori qi pao.
Una buona seppur minoritaria parte degli avventori era chiaramente occidentale. Joe riconobbe anche qualche giapponese, e la cosa gli strappò un sorriso, ricordandosi come fosse difficile per i suoi compagni ravvisare le differenze somatiche tra i due popoli, che a lui e allo stesso Chang sembravano così evidenti.
«Presumo che non sia un luogo per tutte le tasche.», considerò Joe.
Ivan annuì: «No, effettivamente non lo è.», rispose «Ma...»
«Ma?»
«Quello che avanza in cucina, viene donato alle mense dei poveri.», continuò Ivan «E tra l'altro Chang ne gestisce alcune, sparse un po' in tutto il paese. E anche dei ristoranti a buon prezzo.»
«I signori hanno prenotato?»
La voce femminile colse Joe di sorpresa, tanto gli era vicina, e per un attimo pensò che avesse chiesto a lui, tanto che fu quasi per risponderle. In realtà la giovane ragazza, nel suo perfetto abito tradizionale e con il suo perfetto sorriso, per il quale chissà quanto poteva essersi allenata allo specchio, stava accogliendo altri due clienti, due cinesi, anche questi vestiti di tutto punto.
«Ma Chang avrà più di 80 anni in questo tempo.», disse Joe «Se ne sta ancora dietro i fornelli?»
«Oh, sì.», rispose Ivan accompagnando la sua risposta con una mezza risata «Però è molto più propenso di una volta a lasciarsi aiutare da altri cuochi. Insomma, il ristorante porta pur sempre il suo nome e lui lo deve tutelare.»
Detto questo, Ivan si avviò adagio verso l'interno della stanza, lasciando che Joe lo seguisse e continuasse a guardarsi intorno in quell'ambiente enorme, eppure dal gusto intimo e tranquillizzante.
«Il cibo è un'esperienza che merita la piena attenzione dei cinque sensi. Mentre mangiamo non dobbiamo essere disturbati o distratti dai nostri problemi, dai rumori estranei né si può farlo in fretta.»
Sì, quell'ambiente sembrava proprio l'espressione materiale di quelle parole che aveva sentito uscire dalla bocca di Chang chissà quanto tempo prima... nel “suo” tempo.
Per poco un cameriere con in mano due scodelle colme di riso alla cantonese non lo urtò, e Joe si scansò istintivamente appena in tempo per evitare l'incidente. Restò immobile in mezzo alla stanza a fissare l'uomo, che aveva continuato la sua corsa verso chissà quale tavolo, come se nulla fosse successo. Come se non lo avesse nemmeno visto.
“Effettivamente è così.”, si ravvedé Joe, scuotendo la testa “Non mi possono vedere, e non mi possono toccare. Al limite, mi sarebbe passato attraverso... come se fossi un fantasma. Niente più che un fantasma... che lo sia davvero?”
Lasciando il cameriere e i suoi piatti al loro destino, Joe si voltò dalla parte opposta, dove incontrò gli occhi cerulei di Ivan, e il suo sorriso onnisciente e indecifrabile.
«Ti va di vedere la cucina?», gli chiese.
Joe ci pensò su un attimo, come se veramente pensasse di avere la possibilità di declinare quell'invito, e non di essere una specie di novello Dante che altra possibilità non aveva che seguire il suo Virgilio: «Certo.»
Ivan si avviò, dandogli la schiena, alla base della quale si intrecciavano le sue mani. Joe esitò ancora qualche secondo, prima di seguirlo oltre un'entrata senza porte in una parete.
Questa, dopo aver costeggiato per un bel tratto, una parete dava su un corridoio ben illuminato. Non molto lungo, ma abbastanza largo da permettere il passaggio di almeno sei persone contemporaneamente. Persone, per lo più camerieri e cameriere, che passavano in continuazione, in un caos a suo modo ordinato, lasciando le richieste a un'apertura nella parete sinistra del corridoio, e raccogliendo vivande già pronte in un'apertura che prendeva quasi tutta la lunghezza della parete opposta. Dalle aperture proveniva l'intenso odore di cibi e spezie che riempiva l'ambiente, insieme a un rumore composto di voci che si frapponevano fra loro e ai rumori di stoviglie e piatti. In fondo al corridoio una doppia porta automatica, non trasparente, se non per due finestrelle di vetro, doveva essere quella che conduceva in cucina.
Quando Ivan arrivò a pochi centimetri dalla porta, come se il sensore sopra di essa avesse avvertito la sua presenza, fece scorrere le ante.
Entrambi furono dentro la confusione dell'enorme stanzone appena prima che le stesse si richiudessero. Gli odori che nel corridoio erano appena avvertibili, assalirono violentemente le narici di Joe, così come il calore di un numero incredibile di fornelli accesi fece con la sua pelle, mentre le orecchie si colmavano un trambusto di voci, stoviglie, posate e coltelli che sbattevano.
Joe si guardò intorno, spaesato, mentre uomini e donne gli passavano accanto di buon passo, schivandolo, come se lo potessero vedere. O forse era lui che ancora si ostinava a cercare di scansarli. In quella confusione perse di vista Ivan, e si sentì perduto nel realizzare che era il suo unico punto di riferimento in quel caos primordiale.
«Ehi, vuoi fare attenzione con la pelle di quell'anatra?! Non stai mica sbucciando una mela!»
La voce proveniva dalle sue spalle, e la sua familiarità lo indusse a voltarsi.
«E tu, con quelle verdure, non le devi tagliare così grossolanamente! Anche l'occhio vuole la sua parte.»
Joe sorrise: i capelli erano nascosti parzialmente dal cappello, ma poteva intuire il loro ingrigimento, anche se non tale da far loro perdere l'originario colore corvino; il volto era segnato da qualche ruga, e la pelle sotto occhi stava leggermente cadendo a formare delle borse. Era sempre bolso e tozzo come lo ricordava.
Ma in sostanza non aveva l'aspetto che si poteva pensare appartenere a un uomo sugli 80 anni. Chi non conoscesse Chang, vedendolo così, avrebbe tranquillamente potuto dargliene almeno una trentina di meno.
«Guarda, ti faccio vedere.», stava dicendo prendendo di mano il coltello al suo aiutante che poco prima stava rovinando maldestramente una grossa anatra laccata, appena uscita da chissà quale forno. Forse dal grosso forno a legna, appena poco dietro di loro.
«L'anatra laccata va cotta nel forno a legna. Non esiste che la si cuocia in un indegno forno elettrico!»
Joe sorrise del suo ricordo, senza rendersi conto che si stava avvicinando.
Vide il coltello in mano a Chang applicare un'incisione netta e precisa sulla pelle glassata dell'animale, tanto che questa venne via quasi da sola «Vedi, non è difficile. E adesso continua con le altre.», disse rimettendo il coltello in mano all'allievo.
Questo annuì con timorosa riverenza e riprese il lavoro da dove l'aveva lasciato Chang: «Sì, signore.»
«Signor Chang!»
Chang si voltò verso la voce che proveniva da qualche metro alla sua destra, inducendo Joe a guardare nella stessa direzione. Un uomo sulla cinquantina, che era chiaramente un cameriere, ma meglio vestito degli altri, stava cercando di attirare la sua attenzione con un cenno del braccio.
«Che cosa c'è, mio fedele direttore di sala?», chiese Chang all'uomo.
L'uomo sorrise, accompagnando le sue labbra con un cenno di riverenza: «E' per quella cosa che mi aveva chiesto, signor Chang.», rispose l'uomo «La cena nella sala privata 9... si è quasi conclusa.»
Chang corrugò la fronte per un attimo: «Oh, capisco.», disse «Ti ringrazio, Han. Arrivo subito.»
L'uomo sorrise, di nuovo con un segno di riverenza, e quindi voltò le spalle, tornando sui suoi passi fino a uscire dalla cucina.
Quando l'uomo fu uscito, Chang si rivolse a qualcuno dietro di lui: «Xiang!»
Un uomo sulla quarantina si voltò verso di lui, lasciando stare per un attimo la salsa che stava preparando: «Sì, signore?»
Chang si avvicinò a un lavandino, e raccolse un po' di sapone da un dispenser, per poi prendere a lavarsi le mani: «Devo assentarmi per qualche minuto.», disse rivolto a Xiang, che era evidentemente il suo vice lì dentro «Fai in modo che non succedano disastri.»
Xiang annuì: «Certo.», rispose «Non si deve preoccupare.»
Chang si asciugò le mani a un canovaccio, e annuì: «Grazie.», disse «Torno appena possibile.»
Si tolse il cappello da cuoco e se lo mise in una tasca, mentre si incamminava verso l'uscita della cucina, con aria assorta e pensierosa, insensibile alla confusione e al tumulto di voci che lo circondava.
Joe riconobbe quell'espressione sul volto del vecchio compagno. Gli attraversava i lineamenti quando il suo amico lasciava per un attimo da parte la sua indole ironica e gioviale, perché doveva dire o affrontare qualcosa di serio, che lo preoccupava o che gli premeva in particolar modo.
Chang attraversò le porte basculanti, e continuò a camminare lungo il corridoio, in mezzo a camerieri che gli passavano accanto per lasciare ordini o prendere pietanze pronte da portare ai tavoli. Prima di arrivare all'ingresso della sala principale, svoltò a destra, inerpicandosi per una larga scalinata coperta, in quasi tutta la sua larghezza, da una guida di moquette rossa con cuciture gialle che risaltavano ai lati. La rampa di scale conduceva evidentemente al piano di sopra, che, come Joe aveva notato all'esterno, era anch'esso completamente parte del ristorante.
La scalinata si divideva a metà salita, come spesso accade, e ivi, sul pianerottolo, sostava un uomo, con una divisa del ristorante, che salutò Chang con un cenno di riferenza del capo, quando questo gli passò davanti.
Il maitre, quando aveva chiamato Chang in cucina, aveva parlato di una sala privata e probabilmente era lì che Chang si stava dirigendo in quel momento. Forse quell'uomo era sorta di guardia.
Il vecchio cuoco lo salutò con un cenno della mano, e continuò la sua salita per l'altra mezza rampa di scale. A non sapere che si trattava di un cyborg, ci si sarebbe davvero inevitabilmente stupiti della facilità e la naturalezza con cui quell'ultraottantenne saliva gli scalini a uno a uno.
Seguendolo, Joe, si ritrovò a camminare dietro di lui lungo un altro corridoio, sempre ben arredato e decorato, così come la sala al piano terra, sul quale si aprivano diverse porte a doppia anta.
Chang passò davanti alle porte chiuse. Joe si fermò davanti alla prima e non poté fare a meno di notare il numero, composto da forme di legno laccato, che evidentemente la contrassegnava: 001.
Sorrise e riprese a seguire Chang, notando che ogni porta era contrassegnata da numeri simili e progressi: 002, 003 e così via. Non si stupì di scoprire che l'ultima era la 009, ed era proprio quella davanti alla quale Chang si era fermato. A modo suo, aveva dedicato un angolo del suo ristorante a ognuno di loro.
Chang esitava davanti alla porta chiusa, e si lisciò i baffi, sempre con quella sua espressione pensierosa e assorta disegnata dai suoi lineamenti. Raccolse un lungo sorso d'aria, che riemise fuori in un altrettanto lungo respiro. Quindi bussò alla porta, tre volte.
Un'anta di quest'ultima si aprì quasi immediatamente, e dietro di essa comparve un uomo vestito con un giacca e cravatta recanti il logo del ristorante. Doveva essere una sorta di cameriere predisposto solo a servire quella sala.
L'uomo fece lo stesso segno di riverenza col capo che Chang aveva ricevuto dall'uomo sul pianerottolo poco prima: «Buonasera, signor Chang.»
«Buonasera, Chen.», rispose l'altro, entrando in quella che sembrava una sorta di piccola anticamera alla sala principale, che doveva trovarsi oltre la tenda davanti a loro «Cortesemente, vuoi annunciarmi agli ospiti.»
«Certamente.», disse l'uomo, accompagnando la sua voce con un altro segno di reverenza del capo.
Quindi si mosse per andare nella stanza che si trovava aldilà della tenda. Poco dopo si sentì la voce del cameriere da dietro la tenda: «Signori, il signor Chang in persona vorrebbe incontrarvi.»
«Il signor Chang in persona?», disse la voce di un uomo «Ma certo, lo faccia venire pure.»
Il cameriere tornò nell'anticamera dopo pochi istanti, e lasciò la tenda aperta per Chang. Mentre la attraversava, quest'ultimo si fermò davanti al cameriere e gli indirizzò con un cenno del capo: «Grazie Chen. Adesso puoi lasciarci soli per qualche minuto. Ti chiamerò, se avrò bisogno di te.»
Chen assentì silenziosamente, e lasciò andare la tenda, non appena Chang l'ebbe completamente attraversata.
Si ritrovarono in una stanza dal gusto elegante e raffinato, dalla cui finestra si abbracciava una bellissima visuale sulle luci della città. A Joe non sfuggì che le pareti erano adornate con riproduzioni di alcune famose illustrazioni di Hokusai.
In mezzo alla stanza, ovviamente il tavolo da pranzo, al quale sedeva una coppia di persone, un uomo e una donna, entrambi sulla cinquantina e vestiti con eleganti abiti occidentali. Chang si avvicinò a loro adagio e quindi si fermò, accennando un breve inchino: «Buonasera signor ministro.», disse rivolgendosi all'uomo, e quindi si voltò verso la donna «Signora Yuang, la trovo più bella ogni volta che la vedo.»
La donna sorrise, accompagnando il gesto con un cenno del capo: «Lei è un adulatore, signor Chang, oltre che il miglior cuoco di tutta la Cina.», disse «Anche stasera era tutto perfetto. Anche questa sala è molto bella. Abbiamo cenato altre volte qui da voi, ma non ero mai stata in questa sala.»
Chang sorrise: «Sì, signora. Questa, come le altre, è dedicata a un mio caro amico.»
La donna sorrise: «Già, mi ha raccontato la storia. E vedendo le pitture alle pareti, presumo che questo suo amico provenga dal Giappone.»
«Sì, è così.», annuì Chang.
«E a cosa dobbiamo la sua visita, signor Chang?», intervenne l'uomo.
Chang si voltò verso di lui, esitando qualche decimo di secondo: «Dovrei discutere una cosa importante con lei, signor ministro, se me lo consente.»
«Ma certamente, signor Chang.», rispose l'altro. Quindi fece un cenno alla donna.
Quest'ultima si alzò in piedi: «Presumo che vogliate rimanere soli.», disse «Ne approfitto per rinfrescarmi.»
La donna prese la sua borsetta e si incamminò verso l'uscita della sala con una camminata sicura e elegante, nonostante i lunghi e sottili tacchi a spillo delle scarpe che calzava.
Entrambi gli uomini aspettarono che fosse uscita dalla sala e di sentire il rumore della porta che si chiudeva. Quindi fu l'uomo al quale si rivolgeva come “ministro” a parlare.
«Che cosa ha di tanto importante da discutere con me, signor Chang.», chiese, sistemandosi sulla sedia con quel fare sicuro delle persone che sanno di essere potenti, e amano che la gente intorno a loro lo sappia.
«Ho bisogno del suo aiuto, signor ministro.»
L'uomo strinse gli occhi su Chang, aggrottando la fronte: «Volentieri... ma... io sono ministro degli esteri. Come potrei aiutarla?»
Chang aspettò qualche istante, prima di rispondere: «Li Shao Ping.»
Le rughe sulla fronte dell'uomo si fecero ancora più profonde: «E chi sarebbe?», chiese scuotendo leggermente la testa.
«E' un pescivendolo, la cui moglie è morta circa due anni fa, schiacciata da un pilone di cemento in uno dei cantieri per le olimpiadi. La madre di Li è molto ammalata, e ha bisogno di cure costose e continue. E lui è l'unico ad essere rimasto al mondo per prendersi cura di lei, come della figlioletta di 4 anni.»
Il “ministro” scrollò le spalle: «Una famiglia sfortunata.», disse «Questo ragazzo ha per caso... bisogno di un posto di lavoro?»
Chang scosse la testa: «Sì, anche. Ma a quello posso pensarci io...», rispose «... Ma prima dovrebbe uscire di prigione.»
L'espressione sul volto del ministro passò dalla perplessità a un principio di irritazione: «Se si trova in prigione ci sarà un motivo.», disse «Di che cosa è accusato esattamente questo suo... conoscente?»
«L'accusa ufficiale credo sia “intralcio all'ordine pubblico”.», rispose Chang «La verità è che ha soltanto difeso un uomo da un poliziotto... diciamo un po' troppo ligio al dovere e che ha travisato un po' la situazione.»
Il ministro sorrise, di un sorriso beffardo. Appoggiò i gomiti sul tavolo e giunse le mani davanti a sé: «E questa... “verità”... da dove salta fuori?»
«Ho visto la scena con i miei occhi.», rispose Chang, risoluto, ma senza alzare la voce «Ero al mercato, per comprare le materie prime per il mio ristorante. L'uomo che Li ha difeso era stato erroneamente accusato di furto ad uno dei banchi della frutta. Il poliziotto che è intervenuto non ha voluto credergli, e quando l'uomo ha cercato di fare spiegazioni, muovendo le mani semplicemente come si fa quando si parla, il poliziotto ha voluto intendere quello come un gesto di minaccia, e ha preso a picchiarlo con il suo manganello. Li si è frapposto fra lui e l'uomo, prima che quest'ultimo fosse letteralmente ammazzato a bastonate.»
Il ministro restò qualche secondo in silenzio. Poi allargò le braccia: «In ogni modo non saprei come aiutarla.»
«Sono convinto che una sua buona parola può fare molta differenza.», rispose Chang «Quel ragazzo rischia la pena di morte, signor ministro. Solo per aver difeso una vita umana.»
Il ministro sospirò: «E ci sono altri testimoni a supporto della sua versione?»
Chang sorrise: «Anche ci fossero, lei sa benissimo che non parleranno.»
«E perché lei lo fa?»
«Perché io non ho niente da perdere...»
«Ha il suo ristorante.», disse il ministro, sorridendo di nuovo in quel modo beffardo.
Chang sorrise. Un sorriso che Joe riconosceva. Stava per fregare il suo interlocutore: «Mi scusi, signor ministro, ma io non avevo finito.», disse «Stavo per dire che... io non ho niente da perdere, ma lei sì.»
Il volto del ministro divenne un misto di sorpresa e irritazione: «Che cosa vorrebbe dire?»
Chang si prese qualche minuto, per farlo cuocere al punto giusto, come avrebbe fatto con un bello e succulente pezzo di carne: «Diciamo che sono per caso entrato in possesso di alcune fotografie che la ritraggono in... atteggiamenti diciamo... equivoci... con una persona che non è sua moglie. E non è nemmeno una donna, anche se lo sembra.»
La sorpresa era scomparsa dal volto ormai pallido del ministro, e l'irritazione si era trasformata in collera allo stato puro: «Lei sta mentendo.»
Chang scosse la testa, con quel suo modo fintamente stupido, che sembra voler prendere in giro se stesso, e in realtà vuole canzonare il suo interlocutore: «»No, no, no. Signor ministro, io non mento mai. Forse è lei che non ricorda bene.», disse «Le posso dire anche dove è successo: a Londra, durante la sua recente visita ufficiale. Vuole che le ricordi il nome dell'hotel e il numero della stanza. Se vuole... so anche il nome... diciamo della persona che era con lei quella sera.»
Il ministro sembrava un vulcano sul punto di esplodere, più che di eruttare. Nascondeva la bocca dietro le mani adesso chiuse e strette come in un pugno, ma si poteva comunque indovinare la sua rabbia dai lineamenti distorti dall'ira e dal senso di impotenza a cui non era evidentemente abituato.
«Ah, dimenticavo.», continuò Chang «Non sono l'unico a essere in possesso di quelle foto. E le altre persone che le hanno si trovano al di fuori di questo paese, e hanno precise istruzioni di inoltrarle agli organi di stampa, nella malaugurata ipotesi che mi succeda qualcosa. Non credo che ci farebbe una bella figura, come ministro degli esteri.», disse. Poi si prese ancora qualche secondo «Tra l'altro le assicuro che potrei trovare il modo di farne avere qualche copia a sua moglie. E ai vertici del partito, che non credo gradirebbero... Non pensa anche lei? In fondo...»
«Basta. Va bene.», sibilò il ministro.
Chang lo guardò fintamente sorpreso: «Mi scusi, non ho sentito cos'ha detto.»
Il ministro sospirò, esasperato: «Va bene, signor Chang.», disse scandendo ogni singola sillaba «Metterò una buona parola per il suo amico. Sono sicuro che, come dice lei, si è trattato di un tragico equivoco.»
Chang sorrise, stavolta in modo sincero, tradendo un po' della gioia che lo pervadeva: «Ero sicuro che un uomo magnanimo come lei avrebbe compreso.», disse «E non le dispiacerebbe... mettere subito quella buona parola. Magari con una telefonata? Può usare quello del ristorante, se vuole.»
Il ministro scosse la testa, e si mise una mano in tasca, estraendone uno di quei telefoni portatili che Ivan aveva chiamato “cellulari”: «Non si preoccupi. Ho il mio.»
L'auto si lasciò il traffico della città alle spalle, per avventurarsi in una zona di case popolari, ognuna uguale all'altra. Chang guardava quella parte di Pechino immersa nella notte scorrere fuori dal finestrino, mentre parlava al telefono, anche lui utilizzando uno di quei cellulari, con una persona dall'altra parte del mondo, Una persona che anche Joe conosceva bene.
«Non saprò mai come ringraziarti abbastanza, Bretagna.», disse «Hai fatto un lavoro eccellente. Potresti fare un favore al mondo dell'arte liberandolo di un pessimo attore quale sei, e riciclarti come fotografo scandalistico... Ah, siamo quasi arrivati. Adesso ti devo lasciare... Grazie ancora. Ti devo una cena... Come dici? Ti sei stancato di mangiare cinese? Sarà, ma io vedo che apprezzi sempre di buon gusto la mia cucina... Allora buonanotte, vecchio mio... Ah già, da te è pomeriggio... Che è successo?! Cos'era quell'urlo?!... Ti sei scottato con l'acqua per il tè?! Sei il solito disadatto cronico. Alla prossima.»
Joe “seduto” accanto a lui sul sedile posteriore di una lussuosa Mercedes Benz, stava ridendo, immaginandosi la scena fin troppo bene. Poi gli sopraggiunse il pensiero che verosimilmente l'attore di quella scena potesse essere diverso da come lo ricordava, e sentì quasi la malinconia avvolgere i suoi sentimenti e quel fuggente istante di ilarità.
Cercò di soffocare quell'idea di disagio, facendo sì che l'appassionato di automobili che era in lui tornasse ad apprezzare le finiture e gli interni di quel salotto mobile nel quale si trovava, e le sue meraviglie tecniche, come quel “navigatore” che pochi istanti dopo avvertì che erano giunti a destinazioni.
«E' qui, signore?», chiese l'autista.
«Sì, accosta qui, grazie.», rispose Chang «Non stare a disturbarti a venirmi ad aprire la porta. Faccio da solo.»
«Va bene, signore.»
Si trovavano in un hutong, sul quale si affacciavano le caratteristiche sehiyuan.Chang si gurdò intorno ed emise un sospiro colmo di malinconia.
«Signor Chaaaaaaaaang.»
Chang non fece in tempo a voltarsi, che una bambina gli saltò letteralmente addosso, aggrappandosi alla sua veste.
Il voltò di Chang si illuminò: «Ehi, Pai, stai attenta, così mi fai cadere.», disse alla bambina «E così rischi di far cadere anche la frutta caramellata che ti ho portato.»
La bambina spalancò gli occhi colmi di gioia: «Davvero hai portato la frutta caramellata?»
Chang sorrise, mostrandole il contenitore che aveva in mano: «Certo. E' qui dentro.»
«Signor Chang.»
Chang si voltò verso l'uomo che l'aveva chiamato e che si stava avvicinando a lui: «Li, vedo che ti hanno già liberato. Sono stati di parola.»
Gli occhi dell'uomo divennero lucidi: «Io non so come ringraziarla, signor Chang. Non doveva esporsi così.»
Chang scrollò le spalle: «Ma io non mi sono esposto. Ho solo fatto ciò che era giusto.», disse «Vuoi sapere come ringraziarmi. Pensa a tua figlia, e a tua madre. E passa dal mio ristorante domattina. Potrei trovarti qualcosa da fare.»
«Ma... come potrei aiutarla?»
Chang scrollò le spalle: «Io non ho più l'età per andare al mercato. Mi sa che sto rimbambendo. Da domani mi accompagnerai al mercato, e sarai il mio consulente per l'acquisto del pesce. Chi meglio di te?»
L'uomo rimase in silenzio qualche secondo: «Signor Chang...»
«Guarda che ti pagherò bene. Quindi ti aspetto domattina presto. Gli ingredienti migliori sono quelli che finiscono sempre per primi sui banchi.», disse Chang, mettendogli in mano anche il contenitore con la frutta caramellata dentro «Intesi?»
Li annuì, sorridendo: «Va bene. Grazie, signor Chang.»
«Allora buonanotte, Li.», disse all'uomo. Poi si voltò verso la bambina, che adesso stringeva un lembo dei pantaloni del padre, e gli accarezzò il capo con una mano «E anche a te, piccola Pai.»
La bambina sorrise, aggrappandosi ora alla gamba del padre: «Buonanotte, signor Chang.»
Chang restò a contemplarla ancora qualche secondo. Quindi si diresse di nuovo verso la sua auto.
Joe fece per seguirlo, ma sentì una mano prenderlo per la spalla.
«E’ ora di andare, Joe.»
«Ivan!», esclamò l’altro «Dove diavolo eri finito!?»
Ivan gli fece quel suo sorriso ieratico, che sembrava quasi prenderlo in giro: «Ma io non ti ho mai perso di vista, Joe.», disse «Ricordi? Devo accertarmi che tu non ti metta in mente strane idee.»
Joe strinse le labbra, nel ricordare la sua non-libertà. Quindi volse lo sguardo verso Chang, che ormai stava risalendo in auto. Un pensiero gli balenò nella mente, che non aveva ancora realizzato fino ad allora: quella poteva essere forse l’ultima volta che lo avrebbe visto, e così sarebbe potuto essere per tutti gli altri.
Quel pensiero gli serrò lo stomaco come due tenaglie. Guardò Ivan, chiedendosi se avesse intuito la sua angoscia. E rendendosi allo stesso tempo conto che non c’era niente da chiedersi. Ovviamente l’aveva intuita. Ovviamente aveva anche preso nota della sua domanda. Un’altra domanda che non avrebbe mai avuto il coraggio di esprimere. Cercò di convincersi che il motivo era perché sapeva che Ivan non gli avrebbe mai risposto. Ma era solo l’ennesima menzogna a se stesso. La verità era che aveva semplicemente paura della risposta.
«L’importante è che stia bene.», disse con un filo di voce, rendendosi conto della fragilità del suono che gli usciva dalle labbra. Come una corda che sta per spezzarsi.
Ivan gli concesse ancora qualche secondo, mentre le luci posteriori della Mercedes di Chang erano ormai soltanto dei puntini rossi che si perdevano nella notte di Pechino.

[1] Gli esseri umani non sono in grado di sostenere le altissime velocità dell’acceleratore di 009. Se 009 lo usasse con la bambina in mano, essa morirebbe.
[2] Per chi non lo sapesse, anche se nel cartone può sembrare il contrario, Ivan – 001 in realtà non parla muovendo le labbra (perché nessun bambino della sua età è in grado di farlo), ma si esprime verso i suoi interlocutori attraverso il pensiero.
[3] Vi ricordo che 002, con il suo acceleratore, può arrivare a una velocità di mach 2, sufficiente per abbattere il muro del suono:http://it.wikipedia.org/wiki/Mach#Aerodinamica_esterna e http://it.wikipedia.org/wiki/Boom_sonico
© 17/09/ 2009
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