LA FENICE

di Michela


Parte 1


Quello era di certo il posto più lussuoso in cui avessi messo piede, il ristorante più elegante di tutta la città… entrando nella piccola sala privata, illuminata dalle candele, non avevo potuto evitare di girarmi intorno con gli occhi spalancati, tovaglie di puro lino, tende suntuose, decorazioni al soffitto… mia madre si era accomodata con grazia, fingendo che quella fosse un’abitudine… mio padre invece, all’altro lato del tavolo, era visibilmente agitato, ancora troppo spaventato dal luccichio delle posate d’argento per riuscire a sfogliare il menu…
“Il Signor Gordon è stato davvero gentile a regalarci questa cena.”
Mio padre era scattato sulla sedia, asciugandosi la fronte col polsino della camicia…
“Non lo so tesoro, continuo a pensare che ci sia stato un errore… il mio capo non ha mai regalato premi agli impiegati.”
“Andiamo Remì, dopo vent’anni di servizio alla sua azienda credo che sia un premio del tutto meritato.”
Mio padre continuava a guardarsi intorno, ancora spaventato dall’idea di ordinare la cena…  chiedere solo un’insalata sarebbe stato un peccato, ma d’altro canto scegliere ostriche e caviale poteva rivelarsi una mossa azzardata… forse quello era una specie di test, forse il Signor Gordon ci stava osservando da lontano aspettando che lui commettesse un errore… del resto il suo capo era conosciuto più per il brusco temperamento che per le sue gentilezze… non lo aveva mai incontrato di persona in tutti quegli anni, mai avuto alcun segno o messaggio dai piani alti, eppure, due mattine prima, uno dei consiglieri era entrato nel suo piccolo anonimo ufficio e sorridendo gli aveva comunicato della prenotazione alla Salle de Paris… un premio meritato per un impiegato così efficiente e leale…
“Cosa ordiniamo?” Mia madre era senza dubbio la più entusiasta di noi tre.
Papà aveva sfogliato il menu con attenzione, scorrendo i prezzi prima ancora di leggere a quale piatto corrispondessero… alla fine avevamo optato per due filetti ed un piatto di pasta… da bere acqua, ovviamente… il cameriere ci aveva squadrati senza darlo troppo a vedere, probabilmente avevamo scritto chiaro in faccia la nostra provenienza: quartiere residenziale…
“Vado a lavarmi le mani…”
Così mi ero alzata per raggiungere la toilette, il bagno più grande e splendente che avessi mai visto nei miei sedici anni di vita… tutto in quel posto era “più di quanto avessi mai”… guardandomi nell’enorme specchio notai quanto quella stanza fosse immacolata, nemmeno l’alone di una goccia d’acqua sulla porcellana bianca… meglio mangiare con le mani sporche che rovinare quella perfezione… scrollai le spalle e mi avviai verso la porta, abbastanza lentamente da cogliere delle voci sconosciute provenienti dalla sala… che mio padre avesse ragione? Forse li stavano avvertendo dell’errore… aprii la porta lo stretto indispensabile per ascoltare e riuscire a cogliere uno spicchio della scena…
“Salve signori…”
Due uomini in completo scuro se ne stavano dritti davanti al tavolo… potevo vederli solo di spalle, ma di certo erano sconosciuti…
“Salve… c’è qualche problema?”
Ecco, adesso mio padre stava davvero sudando… che vergogna essere cacciati da un posto così…
“A dire la verità credo proprio di sì…”
“Che succede?”
Uno dei due si era mosso, circondando il tavolo fino a raggiungere l’altro lato della stanza… adesso riuscivo a vederlo in viso, ma quei tratti così seri non mi dicevano niente…
“Aspettavamo il Signor Gordon stasera… avevamo una questione importante da risolvere.”
Papà aveva sollevato le spalle, istintivamente intimorito da quelle facce sconosciute ed impassibili…
“Mi dispiace signori, ma non credo che il capo verrà… ha regalato questa cena a me e alla mia famiglia quindi…”
“Quindi non verrà...” lo aveva interrotto l’altro arricciando le labbra come se dovesse pensarci su “..è davvero un peccato.”
ll tono gentile e liscio come il velluto, da dare i brividi…
“Mi dispiace.”
Il tizio di spalle aveva infilato le mani in tasca… “Oh mi creda, dispiace anche a me dover rovinare la vostra cena…”
“Prego?”
Da quel momento tutto era successo in una manciata di secondi, il tizio di spalle aveva tirato fuori la pistola, mentre l’altro aveva messo le mani attorno al collo di mia madre… papà si era alzato di scatto…
“La prego, qualsiasi cosa sia noi non c’entriamo niente.. davvero.. sono solo un semplice impiegato.. Remì Arnaul... un semplice impiegato.. la prego…”
“Davvero non dubito delle sue parole signor Arnaul, ma è tempo che Gordon impari la sua lezione… non si sfugge agli Shimamura...”
Uno sparo… un solo unico sparo… mo padre era caduto in un tonfo sordo, il rumore del suo corpo coperto dalle urla di mia madre.
Davanti a quella scena mi ero coperta la bocca con le mani, tanto stretta che non potesse uscirne neanche un suono, nemmeno un respiro… scostandomi dalla porta avevo cercato appoggio al muro, totalmente paralizzata dal terrore e dal disgusto…
“Remì! No Remì!”…la voce stridula di mia madre come unico sottofondo.
Un secondo sparo… secco… poi il silenzio.
Di nuovo avevo impedito a me stessa di urlare, mossa esclusivamente dall’istinto di sopravvivenza… così ero finita dentro la toilette, la porta chiusa a chiave senza via di fuga, arrampicata sul water immacolato, le ginocchia strette al petto ed il viso inondato dalle lacrime… silenziose lacrime di paura… ora sarebbe stato il mio turno.
La porta si era aperta lentamente, i passi dello sconosciuto pesanti sul parquet… il tizio si era guardato intorno, quel bagno non era stato usato di recente, nemmeno una goccia d’acqua nel lavandino… accovacciandosi lo stretto indispensabile aveva esaminato la fessura sotto la porta della toilette… nulla anche lì…
“Il bagno è pulito signore!”
“Bene… andiamocene allora…”
Dopo l’ultimo stridio della porta era passata un’eternità… o forse solamente cinque minuti… il tempo si era fermato… il mondo intero si era fermato.
Sedici anni, nessun fratello o sorella…. parenti più prossimi all’altro capo degli Stati Uniti… cheerleader al terzo anno di liceo, presidentessa nonché stella nascente della classe di recitazione… Capelli biondi e grandi ambizioni… l’orgoglio di mamma e papà…
Sedici anni… sola al mondo…
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SEI ANNI DOPO
Sorrisi a me stessa trovando finalmente la stanza 127b… era stato un lungo viaggio quello da New York, ma ora la stanchezza sembrava sparita… non vedevo Tyler da quasi un anno, da quando il mio ragazzo aveva deciso di proseguire gli studi di ingegneria a Jhoannesburg… l’ambizione del resto era una delle tante cose che avevamo in comune… dopo interi mesi di comunicazioni virtuali quella di partire era stata un’esigenza naturale, l’idea di fargli una sorpresa una piacevole aggiunta… già dall’aeroporto pregustavo la faccia di Tyler non appena avessi aperto la porta, impaziente per quello che sarebbe avvenuto subito dopo… bussai decisa passando un’ultima volta l’altra mano tra i capelli.
Al di là della soglia il viso deluso ed assonnato di una ragazza dalla chioma scura... le gambe ed i piedi nudi che spuntavano da una t-shirt da uomo…
“Non sei la mia pizza…”
Sollevai un sopracciglio… di certo avevo sbagliato stanza…
“Scu… scusami… devo aver sbagliato piano, stavo cercando…”
Il nome mi morì in bocca. “…Tyler...”
Eccolo lì, addosso solamente i pantaloni scoloriti di una tuta e due grosse occhiaie da chiaro dopo sbronza… se non altro ero riuscita ad ottenere la faccia stupita che tanto avevo sognato…
“Françoise… non è come sembra.”
Avevo inclinato il viso passando gli occhi dal mio fidanzato alla sconosciuta… le labbra serrate ed il respiro prolungato per evitare di scoppiare in lacrime o peggio, uccidere uno dei due…
“Lascia stare…” …riuscii infine a dire, due sole parole, ruvide in gola come carta vetrata… strinsi la presa intorno al trolley e girai i tacchi senza bisogno di altre spiegazioni… dovevo uscire dal campus universitario il più presto possibile, solo una volta fuori di lì mi sarei concessa di sentirmi una perfetta idiota.
I passi di Tyler mi seguivano incerti per i corridoi… cavolo, doveva davvero essere stata una sbronza epocale se nonostante anni di atletica non riusciva a starmi dietro… meglio così…
“Lasciami in pace!”
“Aspetta! Lascia che ti spieghi!”
Avevo inchiodato i passi davanti all’ultimo portone… “Cosa vuoi spiegare Tyler? Vuoi forse dirmi che non fai sesso con quella lì?”
I suoi occhi fissi al pavimento avevano risposto… “E’ successo, è semplicemente successo… ma questo non vuol dire niente, non ho mai pensato di lasciarti… sarebbe rimasto tutto qui…”
“Ma dici sul serio!?” improvvisamente era salita la voglia di prenderlo a schiaffi…
“Ti prego Françoise, lei non significa nulla per me.. mi sentivo solo e allora…”
Il suono secco del palmo della mia mano sulla guancia di Tyler aveva rapidamente messo fine a quella serie di fandonie… solo? Si sentiva solo?? E io allora? Io che come una stupida mi ero chiusa a vita monastica? Che avevo speso un intero stipendio per quel viaggio? Che mi fidavo ciecamente di lui?
Senza degnarlo di un ulteriore sguardo uscii dall’edificio e trascinai la valigia fino alla strada… giustizia divina volle che dopo una simile umiliazione ci fosse almeno un taxi libero ad aspettare… mi lasciai cadere sul sedile…
“All’aeroporto...”
Immediatamente rovistai nella borsa alla ricerca del cellulare… mai prima di quel momento ero stata tanto felice che una delle mie migliori amiche lavorasse per l’American Airlines…
“Ehi! Tutto bene? Sei riuscita a trovare Tyler?”
Ignorai il suono odioso di quel nome e la voce trillante di Catherine…
“Sto tornando all’aeroporto… devi trovarmi immediatamente un volo di ritorno per New York...”
“Come dici? Ma che è successo?”
“Ti dico solamente che sono stata io a ricevere la vera sorpresa… trovami quel volo ti prego...”
“Ma stai bene?”
“Sì Cathy, sto bene… ho solo bisogno di tornare a casa…”
“Aspetta… non credo che ci siano voli per New York questa sera…”
“Non credi?”
“No… dovrai aspettare domani…ti prenoto un posto sul volo delle dieci...”
“E’ davvero possibile che non parta nulla fino a domani? Ti prego Cathy, non importa quanti lunghi scali dovrò sopportare, non voglio restare in questo maledetto paese un minuto di più!” … uno sguardo veloce al tassista sperando di non aver offeso il suo spirito patriottico…
“C’è un solo volo stasera, ma non puoi prenderlo.”
“Che vuol dire che non posso prenderlo?”
“Credimi, è meglio aspettare fino a domani.”
“Cathy…” …il tono a metà tra l’ammonimento e la disperazione.
“Parte alle sei, ma non è un normale volo di linea… ci saranno delle persone a bordo, persone che sarebbe meglio evitare…”
“La smetti con questi misteri per favore?” …un’occhiata all’orologio… cinque meno dieci… perfetto… “…prenotami un posto su questo famigerato volo e ti prego, fammi saltare la fila al check in…”
Il sospiro di Catherine all’altro capo era stato lungo ed incerto…  “…sei davvero sicura di non poter aspettare?”
“Ho appena trovato il mio ragazzo a letto con un’altra… no, non posso aspettare…”
Di nuovo un sospiro…  “…allora è meglio che forse ti spieghi prima... questo volo sarà usato per un trasporto speciale...”
“Trasporto speciale?”
“Esatto… in casi eccezionali le forze dell’ordine utilizzano i normali voli di linea per trasferire all’estero i detenuti estradati… e questo è uno di quei casi…”
“Vuol dire che il mio aereo sarà pieno di poliziotti? Beh, nella remota ipotesi di un dirottamento aereo suppongo che la cosa potrebbe tornarmi utile…”
“Non è così semplice Fran… non dovrei nemmeno dirti certe cose…” …l’ennesimo lungo sospiro “…si tratta di una procedura complessa, utilizzata dalle autorità internazionali solo per il trasferimento dei peggiori criminali… non so se mi spiego, assassini, attentatori, capi mafiosi…”
Sollevai le sopracciglia cercando di trovare un senso logico a quel discorso da film d’azione… Catherine tuttavia sembrava davvero preoccupata…
“Ho capito Cathy… vedrò di stare lontana dai poliziotti e dal tizio in tuta arancione…”
“È questo che mi preoccupa Fran… non vedrai alcun poliziotto tantomeno divise carcerarie… saranno tutti vestiti in abiti borghesi e mischiati agli altri passeggeri, compreso il criminale in questione…”
“Mh… avrà almeno le manette spero.”
“No...”
A quella risposta secca mi tirai su dal sedile, dal finestrino riuscivo già a scorgere le piste dell’aeroporto… tornarmene a casa era ciò che più desideravo, ma il tono preoccupato di Catherine stava cominciando a farmi agitare…
“…lo scopo di questi trasporti è passare totalmente inosservati, senza che la stampa o gli affiliati si accorgano di nulla… nessuno penserebbe mai di avere un assassino seriale seduto al proprio fianco su un volo in economy class, giusto?”
“Quindi non c’è modo che io possa riconoscerlo e stargli lontano?”
Catherine aveva impercettibilmente abbassato la voce “… sei davvero certa di non poter aspettare fino a domani?” …l’immagine della ragazza mora con addosso la maglietta sudata di Tyler mi si piantò davanti agli occhi… “…ti prego Cathy, fammi tornare a casa… ti prometto che non mi succederà niente…”
Il tono della mia amica ora ancora più basso… “…ok, ascoltami bene però…” …avevo stretto il cellulare all’orecchio per riuscire a sentirla nell’improvviso caos della stazione aerea… “…non dovrei dirtelo, ma da quello che so le autorità hanno un’idea precisa dell’outfit borghese… jeans, maglietta chiara e scarpe da tennis… l’unico particolare che rende il detenuto riconoscibile è un braccialetto d’acciaio al polso sinistro…”
Sollevai gli occhi rendendomi conto solo in quel momento che il taxi si era fermato, mentre il tassametro continuava a girare…
“Braccialetto ok, starò lontana dai braccialetti… sono già all’aeroporto, ci sentiamo tra qualche ora…” …allungando tre banconote al tassista raccolsi i miei pochi averi e chiusi lo sportello, la comunicazione ancora aperta…
“Sta’ attenta Fran...”
“Grazie Cathy... sei un’amica, davvero…”
Mi tuffai nella folla vociante del Tambo Airport, accompagnata dal solo pensiero fisso di un braccialetto d’acciaio…
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CENTRO DI POLIZIA DI JOHANNESBURG
Il capitano buttò giù il telefono con un gesto di nervosa esasperazione… si passò le mani sulla faccia dopo un’intera notte insonne… la porta dell’ufficio si aprì di colpo…
“Salve capitano...”
“A te Tony…”
L’altro agente sospirò con un sorriso…  “…non riesco a credere che l’abbiamo preso davvero… non posso credere che il famoso Mamba sia sul serio ammanettato nella stanza accanto...”
Il capitano scosse la testa…  “…credi a me, questo è un onore di cui avrei volentieri fatto a meno…”
Tony aggrottò la fronte…  “…ci sono problemi capitano?”
L’altro mandò giù un sorso di caffè nero ignorando per un attimo la mole di carte e documenti sparsi sulla scrivania…  “…nessuno lo vuole… tantomeno io…” …Tony si avvicinò afferrando una cartella a caso… “…è nato a Londra giusto? Contattiamo l’ambasciata inglese…”
“Ho appena concluso un’interessante conversazione con Scotland Yard, non hanno la minima intenzione di immischiarsi in questa faccenda...”
Tony si grattò la fronte… “…e se lo processassimo qui?”
Il capitano lo guardò come se gli avesse appena chiesto di ballare nudo di fronte al Presidente…  “…sai bene di chi stiamo parlando… non ho nessuna intenzione di attirare su questo paese l’interesse degli Shimamura…”
“Eppure i giapponesi non si sono fatti troppi problemi quando hanno chiuso in cella suo fratello…”
Il capitano scosse la testa… “…quando si ha a che fare con loro è solo questione di tempo… dobbiamo liberarci di lui il più presto possibile...”
“E’ ricercato in più di dieci paesi, qualcuno dovrà pur prenderselo...”
In quel momento il telefono squillò di nuovo, all’altro capo del filo il Capo Bureau dell’Ufficio per il controllo del crimine organizzato di New York…
“Salve Capitano Wilson… a quanto mi dicono ha qualcosa che potrebbe interessarmi...”
Il capitano si schiarì la voce… “…vi interessa?”
“Certo che ci interessa… quella famiglia muove i fili della criminalità americana da troppo tempo e mai come ora abbiamo bisogno di un colpo di scena che riporti l’attenzione pubblica sull’efficienza delle nostre autorità...”
“Già… dimenticavo che siete in campagna elettorale...”
“Quando crede di potercelo consegnare?”
“Anche subito...”
“Bene, in tal caso mettetelo sul volo EHF7873 delle sei… solita procedura…”
“Solita procedura…”
La comunicazione si chiuse senza ulteriori saluti, il capitano si lasciò sfuggire un sospiro liberatorio…
“Se lo prendono gli americani… preparalo per il volo...”
Tony annuì uscendo dall’ufficio ed entrando poco più tardi nella stanza vicina…
L’aria consumata che stagnava tra quelle quattro mura gli riempì le narici, sapeva di sangue secco e sudore… lanciò un sacchetto di plastica verso l’angolo e squadrò con ritrovata presunzione l’uomo ammanettato alla sedia… Joe Shimamura... Il Mamba, l’imprendibile Mamba, killer di precisione e membro di spicco della più potente famiglia filo-mafiosa ancora in circolazione…
Il Mamba sollevò la testa, sfinito dai mille colpi ricevuti e dalla dose massiccia di calmanti iniettati direttamente in vena… il suo viso tuttavia non lo dava a vedere, un’espressione fiera e sicura continuava a campeggiare tra i segni delle percosse… i suoi occhi poi, i suoi occhi scuri fissavano Tony come se fosse una preda, un povero piccolo agnellino smarrito... da far accapponare le pelle…
“Dobbiamo proprio darti una ripulita…” …esordì Tony raggiungendolo… “…te ne vai in America…”
Il Mamba si raddrizzò sulla sedia, sentir nominare gli Stati Uniti era dolce musica per le sue orecchie, decisamente meglio delle carceri afgane o cinesi… si schiarì la gola cercando di ignorare che fosse asciutta come il deserto…
“La telefonata...” …disse con voce roca, Tony aggrottò le sopracciglia… “…prego?”  …lui sospirò… “…ho diritto ad una telefonata...” …l’agente si morse il labbro controllando i nervi, per quanto odiasse quel criminale, non poteva comunque negargli un suo pieno diritto legale…
“Bene…” …replicò stizzito avvicinandosi ulteriormente a lui… sapeva di correre un rischio incalcolabile, ma non aveva nessun altro modo di compiere il suo dovere pur rispettando la carta dei diritti… doveva liberargli almeno una mano, consapevole del fatto che, nelle giuste circostanze, la forza di cinque dita sarebbe bastata al killer per spezzargli l’osso del collo in un momento… fortunatamente aveva in circolo una dose di benzodiazepine tale da stendere un cavallo…
Gli porse l’apparecchio telefonico e si voltò… maledetto diritto alla privacy…
Il Mamba attese di essere solo per comporre velocemente il numero impresso nella sua mente… da usare solo nelle emergenze… da usare solo in caso di arresto… da usare una sola ed unica volta…
Dopo due squilli sentì il respiro di suo fratello maggiore rispondere senza bisogno di parole, trenta secondi appena per parlare prima che la telefonata fosse rintracciabile…
“Volo con l’aquila… vedo la libertà…”
La linea cadde immediatamente e il Mamba lasciò cadere a terra anche il telefono, approfittando di quel momento per distendere i muscoli del braccio… incredibile trovarsi in quella situazione, il più brutale degli Shimamura catturato durante la più stupida delle operazioni, un semplice ritiro di crediti nella Repubblica Sudafricana… tutta colpa di Jonah... l’unica cosa che gli aveva raccomandato quella sera era stata la puntualità… nient’altro, solo la puntualità… eppure il fratellino minore non si era smentito nella sua congenita incapacità di prendere le cose sul serio… dieci minuti di ritardo, ben dieci minuti di ritardo! L’avrebbe pagata, questo è certo…
Fortunatamente comunque, in aggiunta ad un fratello immaturo e sconsiderato, il destino gliene aveva fornito un altro, Jet, intelligenza e senso dell’onore sopraffini, un pianificatore perfetto… il Mamba sorrise a se stesso, sapeva già bene come sarebbe venuto fuori da quel fastidioso contrattempo… rischioso, ma necessario...      
Tony spalancò la porta della stanza accompagnato da altre tre persone in divisa, raccolse la busta di poco prima e ne tirò fuori degli abiti puliti… un paio di jeans, una t-shirt qualunque, un paio di anonime sneakers…
“Vediamo di fare una cosa veloce… prima ci liberiamo di questo bastardo meglio è…”

 

Parte 2


Ero riuscita a salire sull’aereo per prima, saltando la fila grazie al nome di Catherine... rincuorata dalla solitudine mi ero trascinata fino ai primi sedili, quelli adiacenti alla cabina del capitano… da quella posizione non avrei visto nessun altro dei passeggeri e quindi avrei evitato di chiedermi in continuazione quale degli sconosciuti fosse l’assassino... trovata la posizione più comoda possibile tirai fuori dalla borsa un libro, determinata a tuffarmi in una realtà parallela per le prossime diciotto ore… diciotto ore a migliaia di metri di altezza con un feroce criminale alle spalle… maledissi Tyler ancora una volta…
Diverse voci riempirono l’abitacolo a poco a poco, uomini di mezz’età, una simpatica signora sulla sessantina con un orribile cappello in testa, una giovane coppia… nonostante l’idea iniziale di estraniarmi totalmente non potei fare a meno di voltarmi e sbirciare più e più volte il portellone dell’aereo… lo stomaco continuava a contorcersi, incredibile quanti viaggiatori avessero optato per jeans e maglietta… tornai a fissare la parete grigia davanti a me, presi a tamburellare con le dita sui braccioli…
“Tutto bene?”
Di scatto mi voltai verso il ragazzo che aveva appena deposto il bagaglio a mano dall’altro lato del corridoio… non potei fare a meno di esaminarlo mentre toglieva anche la giacca… jeans… maglietta grigia… un paio di scarpe da ginnastica consumate ai piedi… scattai sul sedile… che fosse proprio lui?
“Sì…” …risposi incerta “…tutto bene…”
L’altro sorrise… “…anch’io ero terrorizzato all’idea di restare diciotto ore su un aereo la prima volta, ma se riesci a dormire un po’ passeranno molto più in fretta...”
Dormire? E come avrei mai potuto dormire sapendo di avere accanto uno spietato criminale?
Il ragazzo tirò su le maniche della maglia prima di accomodarsi ed allacciare la cintura intorno alla vita… i mie occhi si catapultarono sui suoi polsi… nessun braccialetto… riuscii finalmente a respirare… forse avrei dovuto accettare il consiglio di Catherine...
Cinque ore, centosettantatre pagine ed un pessimo pasto dopo, iniziai a sentire le gambe che chiedevano pietà… provando ad allungarle capii ben presto di non avere abbastanza spazio… senza contare che anche la vescica iniziava a brontolare… inspirai a pieni polmoni, dovevo alzarmi e raggiungere l’altro capo dell’aereo fino alla toilette… dovevo andarci per forza, nonostante l’inevitabile consapevolezza che in quei pochi passi sarei di certo passata accanto al criminale… Ok... posso farlo… devo solo alzarmi e tirare dritto fino al bagno senza alzare gli occhi… ce la posso fare...
Incoraggiata dalla mia stessa voce interna slacciai la cintura e mi misi in piedi, ignorando i dolorosi crampi alle ginocchia… passai le mani tra i capelli, detti una rapida rinfrescata all’abito ormai irrimediabilmente sgualcito, ed iniziai la mia impresa, un passo alla volta, gli occhi tenuti incollati alla moquette…
A metà strada qualcosa bloccò la mia marcia, lo scontro con un altro corpo… costretta a sollevare la testa mi trovai di fronte il sorriso cordiale di un’hostess in divisa blu…
“Tutto bene signora?”
“Sì, devo solo…” …senza specificare altro indicai la toilette con un cenno del viso… la ragazza in tailleur sorrise di nuovo… “…certo, prego…” …rispose educatamente spostandosi per lasciarmi passare… un altro passo appena e stavolta fu un vuoto d’aria a bloccarmi, lo sbalzo dell’aereo mi fece perdere l’equilibrio e finire maldestramente contro un altro dei passeggeri, seduto e beatamente perso nello schermo del proprio pc…
“Oddio, mi scusi!”
Mi sentii immediatamente addosso gli occhi di almeno metà delle persone presenti, l’imbarazzo vistosamente dipinto nel rosso delle mie guance… solita imbranata… subito sulla difensiva, decisi di riprendere la marcia per il bagno a testa alta, dimenticando in un secondo l’accaduto…
Fu solo allora che i miei occhi incrociarono uno degli sguardi fissi su di me… un ragazzo, venticinque anni o poco più, rigido contro il sedile, un fastidioso sorrisino divertito in faccia… deglutii respingendo una nuova ondata di vergogna, avrei voluto riportare il viso a terra, ma non mi riuscì facilmente come avrei creduto. Quello era senza dubbio l’uomo più bello che avessi visto in molto, molto tempo… capelli biondi, non troppo corti, mossi e spettinati, che li ricadevano sulla fronte coprendogli parzialmente lo sguardo… occhi scuri… lineamenti angelici, ma incredibilmente virili… zigomi perfetti e delle labbra… Obbligai me stessa a guardare altrove per un momento e riprendere fiato… labbra quasi disegnate, così intense da… scossi la testa senza rendermene conto, determinata a tornare alla realtà… l’attimo in cui riuscii finalmente a superare il suo sedile sembrò infinito, dopodiché la corsa verso il bagno…
Mi guardai immediatamente nel minuscolo specchio… solita sfortuna… solita maledetta sfortuna… il ragazzo più bello che avessi mai visto è lì, sul mio stesso aereo, intrappolato con me per le prossime tredici ore, ma i miei capelli sono un casino e la mia faccia porta i segni di due voli extracontinentali in tre giorni… senza contare che avrei dovuto preoccuparmi di ben altre cose, vedi il fallimento della mia storia con Tyler o la presenza di uno spietato boss mafioso tra i passeggeri…
Scossi la testa e lasciai scorrere l’acqua sulle mani insaponate, sperando che il liquido freddo lavasse via quei nitidi ed inopportuni pensieri sullo sconosciuto…
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Tenevo la schiena dritta contro il sedile, dovevo evitare di assumere posizioni innaturali e troppo stancanti per mantenermi pronto a scattare… le mani poggiate sui braccioli e l’aria più indifferente che mai… i poliziotti erano sparsi per tutto l’aereo, potevo facilmente individuarli anche a distanza… il resto della marmaglia composto da persone del tutto insignificanti…
Strinsi i denti e tesi i muscoli del collo tornando a contare il tempo… ormai dovevamo già essere sopra l’oceano… ormai doveva mancare poco… trattenni a stento l’istinto di stirarmi, le guardie erano ancora convinte che fossi sedato e dovevo impegnarmi per mantenere tale convinzione… nessuno poteva sapere che durante l’addestramento mi avevano iniettato pressoché qualsiasi tipo di sedativo, droga o veleno, sempre in piccole quantità affinché il mio organismo ne diventasse immune… qualsiasi movimento troppo ampio o veloce avrebbe rischiato di compromettere la copertura…
Inspirai… avrebbero almeno potuto darmi un libro o un lettore mp3… quel viaggio stava davvero diventando noioso… sino a che il piano di Jet non fosse scattato, ogni minuto sarebbe stato lungo il triplo…
L’ingorgo creatosi al centro del corridoio richiamò la mia attenzione, non che qualcuna di quelle persone avesse la minima importanza o attrattiva per me, ma tanto valeva concentrarsi su altro…
L’hostess in divisa blu mi dava le spalle, anche da dietro era del tutto anonima, una bellezza nella media non degna della mia attenzione… fu solo quando l’hostess si tolse di mezzo che qualcosa riuscì finalmente a catturare il mio interesse… qualcuno, ad essere precisi… una ragazza, una giovane ragazza impacciata alle prese con un vuoto d’aria… vedendola crollare addosso al tizio con gli occhiali non riuscii a non sorridere, l’accenno di un sorriso genuinamente divertito…
La sconosciuta si era tirata su e le sue guance si erano accese di rosso, un rosso talmente innocente da attirare la mia completa concentrazione… accantonato il piano per un attimo mi concessi di osservare la totalità della sua figura, senza che alcun particolare sfuggisse ai miei occhi esperti… lunghi capelli dorati, lasciati liberi sulle spalle... pelle bianca e perfetta, così chiara che i suoi occhi azzurri sembravano saltare fuori dal viso, grandi ed incerti… scorrendo più giù ne accarezzai la figura minuta sotto il vestito blu scuro, da come le cadeva sui fianchi ero certo che il sottile strato di tessuto nascondesse misteri altrettanto interessanti…
Se solo non mi fossi trovato in quella situazione, se solo quello fosse stato un semplice viaggio d’affari. Deglutii istintivamente mentre lei mi sfilava accanto scomparendo dalla mia vista… in altre circostanze mi sarei già alzato e l’avrei seguita nella toilette… in altre circostanze l’avrei spinta dentro senza nemmeno dirgli il mio nome… in altre circostanze le avrei già strappato di dosso quell’insignificante abito blu…
Mi irrigidii contro il sedile scoprendo con piacere che, nonostante la situazione, il mio corpo rispondeva ancora benissimo agli stimoli… peccato non poter sfogare quella voglia improvvisa… l’immagine della ragazza mi riempì la mente… spinta contro il minuscolo lavandino, le gambe aperte, avvinghiate intorno ai miei fianchi, le guance tinte dello stesso rosso che le avevo visto addosso poco prima… non più di vergogna, ma di puro piacere… il mio nome pronunciato più e più volte come una preghiera…
Poggiai la testa all’indietro ridendo dei miei stessi pensieri… se ne avessi davvero avuto modo l’avrei presa come nessun altro prima, sicuro che non se ne sarebbe dimenticata… nessuna donna dimentica le mani del Mamba… io, d’altro canto, l’avrei scordata subito dopo, lasciando che il ricordo del suo sapore e dei suoi gemiti si mischiasse a quello di tutte le altre donne passate per il mio letto…
Lo scatto della porta della toilette mi riportò alla realtà, in attesa, con la coda dell’occhio, che la sconosciuta ricomparisse… i suoi passi lenti e leggeri, quasi volesse ritardare l’incontro il più possibile… sollevai l’angolo della bocca in una smorfia compiaciuta, certo del mio effetto sulle donne, la mia arma preferita dopo i coltelli affilati…
L’intenso profumo dolciastro di fiori e vaniglia raggiunse le mie cellule olfattive, riaccendendo in un istante la fantasia erotica… doveva essere quello l’odore della sua pelle… come avevo potuto non notarlo prima? Ed eccola comparire al mio fianco, impossibile resistere alla tentazione di seguirla con gli occhi e sorriderle. .. la sconosciuta esitò appena in prossimità del mio sedile, quasi spaventata all’idea di incontrarmi ancora... Voltai la testa verso di lei, deciso a memorizzare ogni dettaglio prima di lasciarla sfilare via… lei rispose al mio sguardo, un velo d’imbarazzo in viso mentre si sforzava di restare impassibile… i suoi grandi occhi chiari brillarono contro i miei, iridescenti come opali…mai visti occhi così prima… di colpo l’idea che dovesse morire mi chiuse lo stomaco… che gran peccato…
Quasi mi avesse letto nel pensiero la ragazza abbassò lo sguardo, seguendo la linea delle mie braccia sotto la t-shirt, schiudendo appena le labbra rosse, accarezzandomi il braccio sinistro con gli occhi, fino alla mano, fino alla punta delle dita… l’incontro di pochi passi diventato una scena a rallentatore…
Di colpo la magia si interruppe, la vidi spalancare gli occhi ed irrigidirsi, l’imbarazzo divenuto paura in un secondo… spiazzato da un simile repentino cambiamento d’umore, individuai immediatamente il punto preciso che lei stava fissando, la causa di quell’improvviso, incomprensibile spavento… le mie pupille finirono a guardare il mio stesso polso, stretto dentro quell’orrendo braccialetto di metallo… il braccialetto…
Sollevando la testa immediatamente mi accorsi che la ragazza era già in fondo all’aereo, come se dal mio sedile in poi avesse corso verso la sicurezza… socchiusi le palpebre serrando le labbra… lei sapeva… la sconosciuta sapeva del braccialetto e di cosa volesse dire… la ragazza dell’aereo conosceva la mia identità… fissai il sedile davanti quasi potessi attraversarlo ed arrivare fino a lei… non era una poliziotta, di questo ero sicuro, tantomeno un’agente di sicurezza o una diplomatica americana immischiata nel mio caso... era una ragazza qualunque in volo da Johannesburg… come poteva conoscere la regola del braccialetto? E come mai io invece non avevo idea di chi fosse? Morsi piano il labbro inferiore… Jet avrebbe fatto meglio a muoversi col suo piano di fuga, altre tre ore con quel dubbio e avrei finito per avere un terribile mal di testa…
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Ero crollata sul sedile allacciando la cintura immediatamente dopo, quella breve corsa a passi veloci sembrava avermi sfinita… inspirai piano, ripassando a mente ciò che avevo appena vissuto… lo sconosciuto sexy, i suoi occhi addosso, la sensazione di calore improvvisa, l’impressione di essere nuda davanti a lui… il suo mezzo sorriso da cattivo ragazzo, i muscoli scolpiti sotto la maglietta bianca, l’avambraccio teso, un braccialetto anonimo al polso, le mani lasciate riposare sui jeans… cosa avrebbero mai potuto farmi quelle mani?   Aspetta… il cervello si era riacceso in un flash… jeans.. braccialetto… maglietta bianca… ragazzo cattivo… braccialetto… braccialetto d’acciaio… assassino… lui… lui è l’assassino… il mio cuore aveva preso a battere come una mitragliatrice ed i piedi mi avevano portata a posto in un secondo… l’atmosfera dell’aereo era mutata immediatamente dopo, l’aria divenuta difficile da respirare… Strinsi gli occhi chiusi cercando di cancellare completamente la fantasia di essere toccata da quelle mani, rimpiazzandola con l’idea che fosse un mostro… fantastico… ero riuscita ad attirare l’attenzione del mostro… probabilmente, mentre io sognavo di rotolare tra lenzuola di seta, lui stava immaginando di squartarmi e dipingere un quadro con le mie viscere… mi venne da vomitare… tirai fuori l’Ipod e decisi di farmi aiutare dalla musica, per quanto possibile…
Ad occhi chiusi lasciai che la voce di Bono Vox compisse il miracolo, permettendo al tempo di scorrere più in fretta, interrompendo il conto mentale di quanti fossero i modi per morire torturata da un assassino psicopatico… il mio petto andava su e giù come stessi dormendo, l’idea che probabilmente si era fatta l’hostess al mio fianco… spalancai le palpebre sentendomi di colpo osservata, la ragazza dell’American Airlines si ritirò quasi spaventata…
“Mi… mi scusi signorina… gradisce qualcosa?”
Roteai in bocca la lingua asciutta “…sì… un caffè macchiato per favore…”
L’altra sorrise ed afferrò immediatamente il bicchiere di cartone, riempiendolo quasi fino all’orlo con la bevanda fumante… me lo porse senza togliersi dal viso l’irritante espressione di cortesia… feci per afferrarlo, ma la mia mano non strinse abbastanza forte la presa, il bicchiere cadde dritto sulle mie ginocchia, il caffè bollente rovesciato in un’onda su tutto il suo vestito… la prima sensazione fu la pelle che andava a fuoco, l’estrema necessità di raffreddarmi il prima possibile… davanti allo sguardo mortificato dell’hostess balzai in piedi cercando di staccare la stoffa bollente dalla pelle sottostante… il fastidio sparì abbastanza velocemente da lasciare il passo alla consapevolezza di avere addosso un vestito completamente impiastricciato di panna e caffè… sbuffai ruotando gli occhi al cielo… possibile che non ne andasse una dritta? Scossi la testa… ora avrei dovuto di nuovo attraversare l’aereo per raggiungere il bagno e darmi una ripulita, l’odore della miscela già diventato fastidioso… con un sospiro vistoso ignorai le scuse superflue dell’hostess e mi allungai per recuperare il bagaglio a mano, salviettine usa e getta e fazzoletti di carta… guardai la porticina lontana della toilette e decisi che stavolta davvero, davvero non avrei distolto lo sguardo dalla meta per nessuna ragione al mondo…
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Eccola di nuovo… la vidi balzare in piedi, la piccola doveva davvero essere imbranata… la sua innocente incapacità, un interruttore per le fantasie più perverse… sorrisi appena guardandola avvicinarsi con sguardo determinato, il suo abito un disastro marrone, la stoffa sintetica appiccicata alla curva del suo seno… la cosa si stava facendo sorprendente, quella ragazza attirava le mie cellule come un magnete, come forse nessuna donna incontrata prima… di nuovo le mie interiora sembrarono intrecciarsi, che grande spreco lasciarla andare giù con l’aereo…
Se solo lo show potesse cominciare in fretta… lanciai un’occhiata al finestrino, si era fatta notte e ormai dovevamo aver passato il confine delle acque internazionali… strinsi la presa intorno ai braccioli cercando di guadagnare di nuovo tutta la concentrazione necessaria… inspirai a pieni polmoni… due volte… tre volte… eccolo… il segnale che tutto stava cominciando…
L’odore dolciastro dell’etere etilico diluito con qualche altro gas raggiunse le mie narici esperte prima di tutte le altre, presi a respirare più lentamente, intervallando venti secondi prima di inalare di nuovo… controllai in maniera impercettibile che tutti i miei muscoli rispondessero ai comandi e rimasi ad aspettare… Jet non aveva smentito la sua naturale inclinazione verso veleni e tossine…
Non appena il tizio alla mia sinistra prese a sonnecchiare, del tutto ignaro dell’azione della miscela sui suoi polmoni, staccai la schiena dal sedile… gli occhi attenti dell’agente accanto a me mi piombarono addosso…
“Devo pisciare…”
Specificai senza troppe cerimonie, l’altro rispose con un cenno della testa… d’altra parte tutta la polizia a bordo si era fatta forte dietro la mia presunta impossibilità di fuga a dodicimila metri di altezza… poveri illusi… mi tirai su lentamente e stirai la schiena smettendo di respirare, poi mi voltai verso la toilette… no… cazzo… la sconosciuta nel bagno… imprecai a denti stretti, non potevo perdere tempo, anche se il mio corpo era allenato, non avrei potuto resistere al gas narcotico tanto più a lungo degli altri… raggiunsi la porta in pochi passi e bussai cortesemente…
“Occupato!”
Imprecai di nuovo… bussai una seconda volta…
“Un attimo!”
Bussai una terza volta, stavolta più deciso…
“Ma che diavolo…”
Non appena girò la serratura piombai nella stanzetta chiudendomi a chiave la porta dietro le spalle… guardandola in viso, sconvolta e pronta a liberare un urlo in grado di svegliare anche i morti, le premetti una mano sulla bocca… lei prese a scalciare nello spazio ristretto, cercando di colpirmi in un qualunque punto doloroso… sospirai per nulla messo in difficoltà dai suoi movimenti scoordinati… stretta alle spalle con l’altro braccio la spinsi contro il lavandino, sbattendole la testa contro il piccolo specchio... i suoi grandi occhi azzurri sgranati come se sapesse di stare per morire… smise di dimenarsi come un’anguilla e potei allentare la presa… il suo seno andava su e giù ad un ritmo incredibile, consumando più aria del consentito… dovevo riuscire a calmarla…
“Tranquilla… non ti farò del male…”
Rimase immobile, nessuna emozione diversa dalla paura le attraversò il viso…
“Ti prego, non urlare…”
Aggiunsi… lei restò un pezzo di ghiaccio sotto le mie mani… la presa attorno alla bocca lentamente meno stretta, le sue labbra di nuovo in grado di muoversi e prendere aria… i miei occhi la tenevano inchiodata al muro, lo sguardo vitreo, ma anche impercettibilmente nervoso… le mie dita  si allontanarono dal suo viso…
“Aiut…”
La sua testa si schiantò contro la parete, stavolta in maniera ben poco delicata, la mia mano pressata contro la bocca e l’avambraccio opposto premuto sulla trachea… scelta sbagliata quella di gridare...
“Ti ho detto di non urlare...”  …ogni parvenza di cortesia sparita dal tono gelido della mia voce… gli occhi di lei spalancati ed arrossati dall’ipossia… la paura di morire… una visione fin troppo conosciuta per me, tanto scontata che riuscivo benissimo ad ignorarla.. più difficile ignorare il mio corpo premuto contro quello della sconosciuta, l’abito sollevato all’altezza delle cosce, le mani di lei premute in difesa contro il mio torace… un vero peccato essersi incontrati così…
Scossi la testa e le lasciai il respiro libero… pian piano allontanai di nuovo la mano senza distogliere l’attenzione, neanche per un decimo di secondo… le labbra della ragazza restarono serrate…
“Brava…”
Riuscii finalmente a guardarmi intorno alla ricerca del punto prestabilito…
“Che succede lì dentro??”
Due colpi alla porta e la voce dell’agente… imprecai ancora, stavolta a voce alta… il mio primo pensiero rivolto alla sconosciuta, se avesse provato ad urlare, bellissima o meno, le avrei spezzato il collo…lei rispose al mio sguardo senza muovere un muscolo, le dita strette contro il lavandino, le nocche diventate bianche per la forza impiegata…
“Tutto bene…”
“Apri la porta! Adesso!”
Sbuffai... perché  diavolo non era ancora svenuto come gli altri?
“Apri Shimamura! So che stai combinando qualcosa!”
Rimasi immobile, fin troppo tranquillo, prendendo a contare a bassa voce… arrivato più o meno ad otto un tonfo sordo si udì al di là della porta… ripresi immediatamente a muovermi, spostando di peso la ragazza verso la porta…
“Ora puoi urlare quanto vuoi...”
Finalmente lei si decise a parlare…
“Che vuoi fare?”
Tirai un pugno al soffitto facendo facilmente saltare il rivestimento, allungai un braccio nel buco cercando di alzarmi sui piedi il più possibile… ne tirai fuori una specie di zaino marrone… la spinsi ancora contro il muro per farmi spazio nella minuscola toilette… lei si trovò di fronte la porta, la sua mano scivolò immediatamente sulla maniglia…
“Fossi in te non lo farei…”
La avvertii senza distogliere lo sguardo da ciò che stavo facendo…
“…a meno che tu non voglia morire...”
“Che cosa vuoi fare?”
“Farò precipitare l’aereo…” risposi… la mia espressione quasi divertita…
“Cosa?”
Controllai che le cinghie del paracadute fossero abbastanza strette e finalmente le rivolsi lo sguardo… i suoi occhi azzurri sgranati dal terrore, sul suo viso il chiaro desiderio di chiedere pietà, la terrificante idea di schiantarsi ed esplodere, la determinazione di non supplicare… no… dopo anni passati ad uccidere ormai potevo leggere qualsiasi espressione negli occhi delle mie vittime… quella ragazza no, non avrebbe supplicato…
Mi mossi lentamente coprendo il piccolo spazio tra noi, di nuovo premetti il mio corpo contro quello della ragazza, stavolta senza violenza… sollevai una mano e lasciai scivolare la punta di un dito contro il suo viso… quella pelle color latte morbida sotto il mio tocco… i suoi capelli soffici come seta… le lunghe ciglia spalancate, decise a non cedermi… l’urgenza di baciare quelle labbra rosse mi colpì come un pugno inaspettato… qualcosa in lei mi teneva incollato, qualcosa che non avevo mai incontrato prima… mai provato… il rimpianto… la consapevolezza che avrei vissuto da quel momento in poi senza poter conoscere il tocco ed il sapore di quelle labbra…
“Non hai paura di morire?”
“Non ho molte ragioni per vivere…”
Mi staccai di colpo… ero un pazzo per pensare davvero di riuscire a farlo… comunque ci avrei provato…
“Ascoltami bene…”
Di nuovo richiamai l’attenzione della ragazza prendendole il viso tra le mani e costringendola a guardarmi…
“…e fa esattamente come ti dico…”
Senza specificare oltre allentai le cinghie del paracadute e la voltai così che la sua schiena fosse premuta contro il mio torace… la strinsi forte a me, premendo sul diaframma quasi fino a toglierle il respiro, allungai le cinghie e le feci girare intorno alla sua vita sottile… dopodiché le afferrai le braccia una alla volta, senza troppa delicatezza feci in modo che passassero sotto le bretelle del paracadute… sì, ero davvero un folle…
“Che… che vuoi fare con me?”
“Sta’ zitta…”
Le ordinai prima di muoversi, forte abbastanza da trascinarla con me senza alcuno sforzo… i piedi di lei sembravano non toccare più terra…
Afferrai la maniglia…
“Appena aprirò questa porta smetti di respirare…”
“Io… non po…”
Prima che riuscisse a completare una frase di senso compiuto feci scattare la maniglia e lei prese a muoversi senza intenzione, totalmente sollevata e spinta da me… intorno a noi sembravano dormire tutti, l’hostess inopportuna sdraiata e scomposta al centro del corridoio… la saltai in un solo passo e spalancai la porta della cabina di pilotaggio… i due piloti in divisa bianca avevano gli occhi chiusi e la testa ciondolante come tutti gli altri… mi sporsi in avanti e spinsi un tasto… un solo unico tasto…
Di colpo, come se fossimo piombati in un gigantesco vuoto d’aria, la pressione nell’aereo aumentò… la ragazza si portò le mani alle orecchie, spalancando bocca e polmoni, riempiendosi le vie aeree dell’intenso odore dolciastro del narcotico, mentre armeggiavo con il portellone… tutto intorno a lei svanì improvvisamente, compreso il suo stato di coscienza…

 

© 08/07/ 2021

 



 
 


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